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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Henry Kissinger e l'ascesa dei neoconservatori. Alle origini della politica estera americana

Mario Del Pero

Roma-Bari, Laterza, VII-198 pp., euro 18,00 2006

Lo snodo storico analizzato dall'autore, con originalità, vasta competenza e una buona dose di ricerca d'archivio, è cruciale per la politica estera degli Stati Uniti dell'ultimo mezzo secolo. Tre temi vi si intrecciano. Il primo fa da background necessario ed è la crisi del Vietnam che, negli anni Sessanta del Novecento, riassunse e fece esplodere la crisi della politica del contenimento, del bipolarismo fondato sui paradigmi internazionalisti, idealisti e ideologici del Cold war liberalism ? paradigmi che implicavano la superiorità militare americana, la sconfitta del nemico comunista, e la convinzione universalista che tutto il mondo sarebbe diventato America. Il secondo tema è il tentativo, fra anni Sessanta e Settanta, di Nixon e Kissinger di rispondere alla crisi continuando politiche già avviate (negoziati con i nordvietnamiti, disgelo con i sovietici, attenzione per i cinesi) ma inquadrandole in un discorso nuovo. Era la strategia kissingeriana della détente: l'accettazione realista e realistica dell'URSS come grande potenza, permanente e (quasi) alla pari, de-ideologizzata e gestibile con la diplomazia, con negoziati commerciali e sul disarmo. Tale strategia, percepita come «europea» (su La formazione di Heinz/Henry Kissinger l'autore ha pagine illuminanti), aveva in comune con quella precedente una dimensione «maniacalmente bipolare». E questo fu uno dei suoi limiti: vedeva l'ordine mondiale centrato sul rapporto con Mosca come mezzo e fine di ogni cosa, e ignorava le complessità emergenti. Gli eventi più drammatici, l'apertura alla Cina, la distruzione del Cile di Allende, furono concepiti in questa prospettiva. Il terzo tema è il fallimento del kissingerismo. Kissinger rimase prigioniero dei suoi schemi. Soprattutto, e su questo insiste molto Del Pero, non riuscì a creare un consenso interno alla sua azione internazionale anti-ideologica, anti-idealista e anti-universalista. Negli anni Settanta l'egemonia del discorso pubblico fu ripresa dai critici per i quali il negoziato con l'URSS era un cedimento, la riduzione degli armamenti un tradimento, la distensione una forma di appeasement; e che di nuovo rivendicarono il valore universale dell'esperienza americana. I critici più radicali erano democratici ex-liberal che divennero poi noti come «neoconservatori », e che nel 1980 incontrarono la destra repubblicana nel nome di Ronald Reagan. Un contributo fondamentale a fare del kissingerismo «una parentesi, importante ma eccentrica », e del neoconservatorismo uno dei protagonisti della scena politica, venne naturalmente dai dirigenti sovietici: consapevolmente o meno, essi presentarono allora il volto peggiore, perseguitando i dissidenti interni, mostrandosi aggressivi in Africa e Afghanistan.


Arnaldo Testi