SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La tragedia necessaria. Da Caporetto all'Otto settembre

Mario Isnenghi

il Mulino, Bologna 1999

Mario Isnenghi punta il suo obiettivo su Caporetto e l'Otto settembre quali esempi "dell'intima tragicità della storia d'Italia" (p. 8), dove per tragicità s'intende "l'intima necessità dei comportamenti" degli attori (p. 12) che caratterizzando ogni scontro fondativo evoca immediatamente i primordi stessi della nostra vicenda nazionale (Aspromonte e il Venti settembre). Ciò può dirsi, forse, di qualunque storia nazionale; peculiare dell'Italia sarebbe però, secondo l'a., "una poco diffusa autocoscienza di tale tragicità" (p. 8) e nell'una e nell'altra starebbe "l'effettiva radice dei malesseri identitari che ci affliggono" (ivi). Talché proprio la storicistica autocoscienza ora detta - si augura Isnenghi - dovrebbe/potrebbe fungere da premessa per una "vera riconciliazione" (p. 7): quella cioè "con una storia d'Italia di cui gli altri fanno parte" non potendone essere espulsi a pena di rendere quella stessa storia insignificante per tutti (ivi). Si sarà capito come il libro non abbia taglio narrativo bensì decisamente concettualizzante e interpretativo. L'a. è interessato soprattutto ad indagare "l'effetto alone" degli eventi, "i canovacci mentali" dei testimoni e protagonisti (pp. 35, 49), e lo fa - come in quasi tutte le altre cose che ha scritto - ricorrendo pressoché esclusivamente a memorie, epistolari, testi letterari, costruendo con questi una trama di nessi e di punti di vista capaci di rimandare immediatamente al denso insieme di significati che i due eventi archetipici hanno avuto nella storia d'Italia. Siamo, come si capisce, sul terreno più tipico della storiografia etico-politica, tutto fondato - come è giusto che sia - sul punto di vista dell'autore, su quelle passioni ideali e politiche, anche dell'oggi, che rappresentano l'altra faccia del cosiddetto uso pubblico della storia. Del che però - sia notato di passaggio - è singolare che Isnenghi non sembri avere consapevolezza paradossalmente proprio nel mentre si impegna, invece, a puntare il dito contro quel medesimo uso pubblico ogni qual volta gli pare di ravvisarlo sul versante storiografico di cui non condivide le conclusioni. Ma al di là di questi rilievi critici il libro si presenta come ricchissimo di osservazioni e di analisi, di succhi anche letterariamente saporiti: come un ottimo punto di partenza per esplorare i gangli più delicati della nostra storia di questo secolo.


Ernesto Galli della Loggia