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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Il Novecento. Interpretazioni e bilanci

Mariuccia Salvati

Roma-Bari, Laterza, pp. XVI-138, euro 9,30 2001

L'autrice rielabora qui due precedenti contributi ? uno apparso in C. Pavone (a cura di), '900. I tempi della storia, Roma, 1997, l'altro nell'Enciclopedia italiana di scienze, lettere ed arti (Appendice 2000), Roma, 2000 ?, proponendosi di fornire una mappa di interpretazioni utile per trasmettere una conoscenza del Novecento in quanto età dotata di senso. L'approccio periodizzante privilegia esplicitamente l'?ambito della cultura europea? (p. 21): per guidare il lettore tra le rappresentazioni del loro tempo elaborate dagli intellettuali del vecchio continente, la Salvati traccia un itinerario colto e raffinato agli estremi del quale pone le due fins de siècle, istituendo tra esse un suggestivo raffronto. Se inquietudini e rimpianti ricorrono in entrambe, nella seconda risulta assente la volontà di cambiamento, la fiducia di poter anticipare il futuro basandosi sulla conoscenza del passato, che sorregge la prima. Sebbene la caduta del comunismo e il trionfo del mercato globale abbiano restituito attualità agli interrogativi che assillavano gli osservatori del primo Novecento, determinando una sorta di circolarità tra le due fins de siècle, la vera apertura del secolo è peraltro costituita dalla grande guerra, che conferisce alle opzioni in campo duraturi caratteri ideologici. È questa la cifra dominante dei grandi filoni interpretativi ripercorsi nei capitoli centrali, siano essi centrati sul nesso politica-ideologia o sulla guerra, la violenza e la politica internazionale in quanto luoghi risolutivi del confronto tra opposte ideologie armate. Entro queste coordinate i temi salienti del libro sono quelli da tempo al centro del dibattito storiografico, dal confronto tra totalitarismi e liberaldemocrazia alle guerre e ai genocidi che fanno del Novecento un ?secolo innominabile?: perciò non mette conto richiamarli, mentre estrapolarne questo o quel punto farebbe torto all'originale analisi critica che ne fa la Salvati. Per lei la parabola del Novecento si chiude ?davvero? con la fine del comunismo, ?ultima proiezione di una utopia nata nell'Europa moderna? (p. 82), quando ?l'aspettativa del futuro? si separa dall'?esperienza del passato? (Koselleck). Sul dopo l'autrice sottolinea anzitutto il ritardo della storiografia: ?la storia ? conclude ? torna a cercare un posto più umile tra le scienze sociali e umane [?]. La ricerca sul futuro è aperta, ma non spetta più allo storico dire l'ultima parola? (p. 92). La domanda è se questa conclusione non sia resa in qualche modo obbligata dall'assunto iniziale. Benché dal 1989 ci separi poco più di un decennio, il Novecento degli intellettuali europei è già lontano e le loro rilevanze appaiono molto diverse da quelle del tempo presente. In questo senso, se alla nozione di futuro si sostituisce quella di contemporaneità, a me non pare che il ruolo della storia si sia ridimensionato: si avverte anzi con forza l'esigenza di nuove sintesi storiche, che ricompongano in una visione d'assieme gli approcci di settore degli economisti e di altri scienziati sociali.


Tommaso Detti