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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Le radici del male. L'antisemitismo in Germania: da Bismarck a Hitler

Massimo Ferrari Zumbini

Bologna, il Mulino, pp. 1124, euro 46,50 2001

La tesi centrale di questa ricerca ampia e documentata si può riassumere in questa considerazione complessiva: ?la storia dell'antisemitismo nel periodo imperiale è davvero la storia di una ?lunga marcia', ma appunto nel senso storicamente corretto e non propagandistico del termine, cioè un percorso complesso che comprende un momento organizzativo con alcuni risultati importanti, una lunga ritirata a seguito della sconfitta e il raggiungimento del successo in un quadro storico radicalmente cambiato in conseguenza della guerra mondiale? (p. 888). È questa una conclusione che segue una lunga disamina degli eventi e delle fonti documentarie, e soprattutto una attenta ricostruzione di ambienti spesso ritenuti marginali o comunque mai seriamente indagati dalla ricerca storiografica. Le alleanze politiche ed economiche di Bismarck, o il ruolo di intellettuali come Treischke (ma anche Nietzsche), o di quelli, come Dühring, che dal socialismo si spostano verso l'estrema destra razzista e antisemita costituiscono un luogo obbligato della ricerca, anche se il centro del libro è dedicato a due altri universi culturali. Il primo è costituito dai ?cristiano-sociali? a partire dalla figura del fondatore (Adolf Stoecker), che nei confronti del processo integrativo degli ebrei mantiene un rapporto contraddittorio e duale: da una parte in alcuni contesti si erge a difensore della tradizione ebraica in nome del principio di non ingerenza dello Stato nelle pratiche religiose; dall'altra fa propri i temi classici dell'antigiudaismo e poi dell'antisemitismo in nome, in questi casi, di una difesa delle proprie posizioni sociali e di una rendita di posizione adottando una logica protezionistico-confessionale rispetto a una individualistico-competitiva. Emerge poi una figura centrale in tutta la ricostruzione culturale e politica proposta da Ferrari Zumbini, quella di Theodor Fritsch, per più aspetti il concentrato più organico per la costruzione dell'universo culturale e lessicale del futuro movimento nazista: pubblicista, espressione di un nuovo modo di far politica sospeso tra agitazione della piazza e sapiente uso della retorica politica. In breve l'espressione della ?nuova politica? che sovrappone piazza e aule parlamentari, agitazione demagogica e individuazione dei malesseri sociali che attraversano la Germania moderna tra proiezioni imperiali e frustrazioni politiche. È una miscela esplosiva le cui componenti si trovano allo stato grezzo nella Germania guglielmina, che costruisce le immagini di un paese ?invaso? dagli stranieri e dai ?barbari asiatici? con cui il paese non vuole avere niente a che spartire e che nel timore di avere il ghetto a casa propria, cinquant'anni dopo andrà a ficcarsi nel ghetto orientale per ricacciare gli ebrei attraverso quel pertugio stretto (il nodo ferroviario intorno a Cracovia) che nel corso degli anni ottanta dell'800 aveva rappresentato la possibilità di una nuova vita all'Occidente per gli ebrei russi in fuga e che negli anni quaranta del '900 diventerà il luogo della loro uccisione di massa.


David Bidussa