SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Tra classe e nazione. Rappresentazioni e organizzazione del movimento nazional-sindacalista (1918-1922),

Matteo Pasetti

Roma, Carocci, 200 pp., euro 19,10 2008

Nel giugno 1918 nasceva a Milano l’Unione italiana del lavoro, un’organizzazione che mirava a raccogliere l’adesione di tutti i lavoratori persuasi della necessità di indirizzare la lotta per l’emancipazione della classe operaia su un terreno «nazionale». A dare vita alla Uil era un gruppo di ex sindacalisti rivoluzionari che, a partire dal 1914, aveva sposato la causa interventista ed erano stati costretti ad abbandonare l’Unione sindacale italiana, di orientamento prevalentemente neutralista, pur continuando, nel corso della guerra, a mantenere il controllo delle più importanti organizzazioni fino ad allora affiliate all’Usi.Dopo Caporetto, in seguito alla fortissima impressione che quella disfatta generò nel paese e fra le file della stessa classe operaia, nella quale si vollero vedere i segni di un mutamento di mentalità, a vecchi agitatori come Alceste De Ambris ed Edmondo Rossoni i tempi erano sembrati maturi per lanciare la sfida per l’egemonia sull’organizzazione dei lavoratori.L’iniziativa di dare vita a un nuovo sindacato si spiegava con l’esigenza di un soggetto organizzativo che desse voce e strumenti d’azione a una concezione dei rapporti di lavoro, delle finalità dell’azione sindacale e dello stesso socialismo che si era formata e, in una certa misura, diffusa durante il conflitto, senza tuttavia trovare spazio non soltanto nell’Usi, ma nemmeno fra le file della Confederazione generale del lavoro. Messe da parte le parole d’ordine di un tempo, in effetti, i fondatori dell’Unione del lavoro si erano convinti che l’evento bellico avesse dimostrato la concreta necessità di condurre i ritmi della produzione al massimo livello possibile, così da consentire all’Italia di affrontare la guerra nelle condizioni più favorevoli. L’orizzonte nazionalista sul quale si collocava questa concezione suggeriva, però, che la concorrenza fra le economie delle potenze euro pee dovesse imporre la mobilitazione industriale e il pieno regime produttivo anche in tempo di pace. Di qui il comune interesse di operai e capitalisti a un clima di generale concordia, che avrebbe imposto il riconoscimento dei diritti del proletariato anche in merito alla gestione dell’industria e alla partecipazione agli utili.Attraverso l’attenta analisi dei documenti, corredata da densi riferimenti ai testi che si sono occupati del periodo storico preso in esame, Matteo Pasetti ricostruisce la vicenda di un’organizzazione che solo incidentalmente è stata presa in considerazione dalla storiografia, e questo nonostante l’importanza che per un breve periodo essa ricoprì, raccogliendo quasi 140.000 associati. Significative, in particolare, le considerazioni che l’a. riserva al confronto fra il sindacalismo nazionale e quello fascista, nel quale all’indomani della marcia su Roma si riversò la gran parte dei dirigenti sindacalisti. Non è possibile, in effetti, affermare che la Uil fu un sindacato protofascista. E tuttavia si deve registrare che, almeno per ciò che riguarda la sua ideologia, il fascismo fu largamente debitore dell’elaborazione teorica che si verificò durante la guerra in ambito sindacalista.


Luca Briatore