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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La manifattura del pensiero. Diritti d'autore e mercato delle lettere in Italia (1801-1865)

Maurizio Borghi

Milano, Franco Angeli, pp. 263, euro 19,50 2003

Un inferno a parte: questo Goethe arrivò ad augurarsi per gli editori. Perché sfruttano gli autori, traduttori, curatori, senza pagarli o pagandoli infinitamente meno del dovuto, con la scusa che chi scrive lo fa per la gloria (e Beaumarchais: la gloria è attraente, ma ?si dimentica che per goderne anche solo un anno, la natura ci condanna a pranzare 365 volte?). Qual è, poi, la misura del dovuto? Bisognerebbe stabilire che cosa l'autore offre, se è veramente sua l'opera che propone (si veda la divertente Apologie du plagiat di J.L. Hennig), quali sono i confini del testo. Perché spesso sono altri, non l'autore, che mettono il punto decisivo: redattori-scrittori, curatori postumi, editori pirata di ristampe e contraffattori. E a volte sono altri che, imprevedibilmente, incassano: è alla Regione Baviera che vanno i diritti di Mein Kampf. Ma l'autore stesso, che osa reclamare la vile pecunia, non era scomparso, già dal tempo di Valéry? Avventurandosi a studiare il mercato delle lettere nell'Italia dell'800, la ?manifattura del pensiero?, Borghi è sceso da solo in quell'inferno a parte, e ha illustrato in una monografia diligente non il rapporto tra la produzione di libri e riviste e il loro contenuto, o il loro consumo, ma la relazione tra il lavoro editoriale remunerato e quei prodotti, assumendo come guida il tema del difficile riconoscimento del diritto d'autore e della sua tutela. La nascita della ?proprietà letteraria?, come istituto e nella teoria degli economisti italiani (cap. 2); i caratteri principali del mercato editoriale dei libri (cap. 3), dei periodici (cap. 5) e il decisivo ruolo dello Stato finanziatore in quest'ultimo settore (cap. 6, esempio preferito la «Biblioteca italiana»); la lenta formazione di una ?professione delle lettere? (cap. 4, 5 e 7) in un mondo pieno di pirati e contraffattori, che campano sulle ristampe non autorizzate, in barba alle leggi e alle convenzioni internazionali: sono questi i temi principali della ricerca, svolta in archivi di editori e scrittori e su fonti a stampa. Non so dire precisamente perché l'autore abbia scelto solo quest'area e questa periodizzazione: non è che la ?professione delle lettere? sia bell'e formata nel 1865 (non lo è neanche oggi). La visuale, d'altra parte, non è quella storico-giuridica delle origini di un istituto attualmente assai complesso. L'autore ha in mente un'economia di mercato che in questo problema, i rapporti tra gli editori e gli autori, comincia a giocare un ruolo nel periodo preso in esame, ma non è un fattore determinante, e non può essere esaminato senza il riferimento ai contesti, contenuti, linee evolutive generali della produzione di libri e riviste. ?Le lettere non sono merce?, scrive un collaboratore della «Biblioteca italiana» il 20 ottobre 1819, ?ed il danaro è per me più vile del fango, che calpesto?. Ma due anni dopo, al direttore che gli proponeva un compenso dimezzato, rispondeva che ciò era impossibile: ?quasi che fossi rimbambito, e diminuito della metà il valore di quello ch'io scrivo [?] per meno de' quaranta franchi non posso né debbo scrivere? (pp. 214-215). Nel quadro della ?manifattura del pensiero? atteggiamenti come questo possono essere narrati, ma non spiegati.


Massimo Mastrogregori