SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Leonida Bissolati. Un riformista nell'Italia liberale

Maurizio Degl'Innocenti (a cura di)

Manduria-Bari-Roma, Lacaita, 131 pp., euro 13,00 2008

Il libro riunisce testi presentati al convegno svoltosi a Cremona nel 2007 in occasione del 150° anniversario della nascita di Bissolati. Degl'Innocenti apre la rassegna con una rilettura complessiva della fortuna storiografica e della vicenda politica di un personaggio che non si può considerare realmente dimenticato, ma che certo continua a porre più domande di quante abbiano avuto risposta. In effetti ? come viene ribadito anche dall'ultimo dei saggi qui raccolti ? «i futuri studiosi di Bissolati dovrebbero [?] cercare di [?] ricostruirne un ritratto a figura intera» (p. 118). Avvocato dai tratti provinciali, fin quasi a quarant'anni fortemente legato alla sua Cremona (che non a caso continua a ricordarlo con passione, con ciò stesso deformandone in parte l'immagine), quindi inviato alla Camera dai contadini padani per liberare la società «dai briganti e dai parassiti», primo direttore del neonato «Avanti!» romano (con tutto il peso politico che simile carica sempre ebbe nel Partito socialista), a Cremona Bissolati era in effetti destinato a ritornare per la sua ultima battaglia, nel 1918-19, ma in condizioni di assoluto isolamento politico, rotto solo dal sostegno dell'assai più provinciale Farinacci. Non è in questi dati locali, in effetti, che va cercata la specificità della sua figura, pur qui ben tratteggiata anche da chi, come Maria Luisa Betri, ne ricorda la passione per le campagne cremonesi (in un contesto di forte utopia contadina che qualche peso certamente ebbe, sul figlio di una traduttrice di Bakunin), o da chi, come Marina Tesoro, grazie a nuove ricerche d'archivio ne descrive la tipica, per quanto un po' occasionale, formazione universitaria tra Pavia e Bologna. Anche il suo percorso dal radicalismo massone al socialismo è comune, sebbene resti specifico di Bissolati il suo successivo, cosciente ritorno a quelle radici. Quel che con l'ampliarsi della prospettiva storica sempre più appare invece originale in lui, e anzi quasi unico nel panorama politico-culturale del vecchio Psi, è il suo profondo interesse, a partire dagli anni romani, per le relazioni internazionali e per il tema «socialismo e nazione». Gian Biagio Furiozzi ne parla qui, accennando anche al tema tipicamente bissolatiano dell'alleanza con gli slavi, che negli anni tra il '14 e il '20 avrebbe fatto di lui il patrono dei rapporti italiani con il socialismo russo non bolscevico, ma non sottolinea forse a sufficienza la sostanziale atipicità del suo sguardo, che pur una volta andrebbe spiegata. Alceo Riosa ne sottolinea invece l'irredentismo, scorgendo un trascinamento socialista di ideali risorgimentali là dove ebbe probabilmente più peso la (pur qui ricordata) moderna influenza di Jaurès. Chiude il volume Giovanni Sabbatucci, che riconsiderando gli ultimi cinque anni di vita di Bissolati giunge all'equilibrata ma ancora necessaria conclusione che ogni possibile prospettiva di reale avvicinamento al fascismo, se Bissolati fosse vissuto oltre i primissimi mesi del 1920, sia da escludere senza esitazione per un personaggio che, come scrisse Ivanoe Bonomi, «parlava europeo».


Antonello Venturi