SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Il mito di Stalin. Comunisti e socialisti nell'Italia del dopoguerra

Maurizio Degl'Innocenti

Manduria-Bari-Roma, Lacaita, pp. 187, euro 15,00 2005

Al centro del saggio sta il problema dello stalinismo e dei modi e delle forme attraverso i quali esso penetrò, vegetò e si sviluppò nella sinistra italiana negli anni del dopoguerra. Lo stalinismo di cui Degl'Innocenti ci parla, alla luce di un ricco panorama di letture, non è soltanto il mito di Stalin. Certo, la leggenda del ?piccolo padre? costituì la strada principale per l'affermazione dello stalinismo fra i militanti, ma accanto a essa, secondo l'autore, devono essere considerati altri elementi. In primo luogo il vero e proprio ?culto del capo?, sia nei termini del simbolismo politico, sia in quelli della pedagogia politica di massa (i richiami continui agli ?insegnamenti? di Stalin); in secondo luogo la costruzione di una ?religione comunista? attorno al nucleo dogmatico dello zdanovismo e dell'idealizzazione dell'Unione Sovietica; infine la dimensione della propaganda attraverso la quale lo stalinismo divenne carne e sangue dei partiti non solo grazie alle gerarchie interne, ma anche nell'attivismo di organizzazioni collaterali, come l'Associazione culturale Italia-URSS. Al centro dell'interesse di Degl'Innocenti, nel solido impianto interpretativo del libro, stanno tuttavia le responsabilità degli intellettuali che hanno finito col tradire l'impegno della ricerca della verità per raggiungere larghi consensi virtuali o rassicuranti rifugi ideologici. Gli intellettuali comunisti (più che socialisti) di cui Degl'Innocenti ci parla ? storici, letterati, filosofi, e non solo nell'età dello stalinismo ? ci appaiono prigionieri di un regime di doppia verità: studiosi disposti ad applicare nei loro specifici campi rigore e severità filologica, non si sottraevano poi all'esaltazione del Breve corso di storia del PC(b) dell'URSS per quanto fossero consapevoli della sua falsità né, in tempi più recenti, hanno esitato a forzare l'invenzione di singoli elementi della tradizione di partito. Maurizio Degl'Innocenti è uno studioso che scrive moltissimo: quasi ogni anno appare un suo nuovo libro e a volte la sua stessa produttività rischia di disorientare nel panorama editoriale della storia contemporanea così densamente popolato. Questo suo ultimo lavoro contiene la rifusione di tre conferenze tenute nella primavera del 2005, ma i tredici capitoli che ne risultano compongono un'opera unitaria e coerente. Il libro si colloca nel clima culturale di rinnovamento e di arricchimento interdisciplinare degli studi sul comunismo. Il PCI e il PSI della guerra fredda, infatti, sono per l'autore prevalentemente i contenitori di culture e mondi ideali, e sono questi ultimi a costituire il vero interesse del saggio, nel quale la discussione con i grandi interpreti della politica contemporanea (da Carl Schmitt a Hannah Arendt a Karl Mannheim) costituisce il motivo dominante di una narrazione equilibrata e di un'interpretazione convincente.


Franco Andreucci