SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Come se Dio ci fosse. Religione e libertà nella storia d'Italia

Maurizio Viroli

Torino, Einaudi, VII-XII-373 pp., Euro 32,00 2009

Senza coltivare speranze di poter contribuire, con questa ricerca, a cambiamenti etico-politici, l'a. assume tuttavia una netta scelta di campo anti-berlusconiana, che stigmatizza i tanti italiani «felici sotto il sorriso rassicurante del demagogo» (p. 13). Si tratta perciò di un'interessante posizione culturale che potrebbe dirsi l'esatto opposto degli «atei devoti»: è una «devozione atea» o, meglio, una religione laica come fondamento di virtù civiche repubblicane. Il titolo non deve perciò ingannare. Non ha nulla di ratzingeriano, anzi vuol interpretare una tradizione ideale «esattamente opposta» (p. X): un relativismo morale che si collega ad una concezione religiosa - non cristiana ma, talvolta, anche cristiana - della vita, che «elegge la libertà morale e politica quale bene supremo» e che, storicamente, è stata quasi sempre avversata dalla Chiesa cattolica. La tesi storiografica di fondo, dunque, è che la libertà italiana è stata opera di uomini e donne religiosi e ha avuto i suoi momenti più importanti nelle Repubbliche del tardo medioevo, nel Risorgimento, nella lotta antifascista: il libro si divide pertanto in tre parti, ciascuna dedicata ad uno di questi momenti storici, e ambisce perciò a ricostruire la storia della religione della libertà in Italia. Certo i personaggi principali di riferimento sono «Machiavelli, Mazzini, Carlo Rosselli e Benedetto Croce» (p. 14), ma l'intonazione del volume fa pensare soprattutto ad Omodeo (al quale sono peraltro dedicate le pagine forse più belle).Tuttavia, a me pare, non è sciolto un nodo di fondo: questa «religione della libertà» è una religione politica? Cioè si tratta di «un particolare tipo di cristianesimo civile» o di «un'interpretazione civica del cristianesimo»? Dal non aver preliminarmente chiarito questo aspetto derivano precisi problemi storiografici ed interpretativi. Il cattolicesimo liberale viene di fatto dimenticato e se ne assumono solo alcuni frantumi: nel Risorgimento non sono citati Balbo, D'Azeglio, Ventura e, soprattutto, Rosmini; Manzoni (letto attraverso De Sanctis) viene considerato solo sul piano della letteratura; nell'antifascismo non compare di fatto De Gasperi (se non per una citazione periferica) e non sono citati Dossetti, Moro e Capograssi.Della religione mazziniana (letta attraverso Carlo Cantimori) non si considera l'interna tensione millenaristica (la Terza Roma) che la rendeva alternativa al cattolicesimo liberale. E così, quando si studia il periodo fascista, vedendolo come una fase storica in cui si avevano «due religioni in conflitto» (la religione politica fascista e la religione della libertà antifascista) si operano commistioni improprie: si citano, insieme, Gentile e Malaparte per dire che, in fondo, la religione politica fascista esaltava la Controriforma e che solo la religione della libertà si rifaceva al Risorgimento. In realtà non è così: Gentile difendeva il legame fascismo-Risorgimento, la sua prospettiva religiosa si rifaceva al mazzinianesimo, la sua idea di modernità valorizzava gli eretici. Insomma mi pare che un certo pregiudizio «anti-tridentino» (ma spesso anti-cattolico) non giovi alla penetrazione dell'analisi storica, in una ricerca peraltro stimolante.


Fulvio De Giorgi