SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Storie dai lager. I militari italiani dopo l'8 settembre

Mauro Cereda

Roma, Edizioni Lavoro, pp. 183, euro 12,00 2004

Cuore del libro sono la testimonianza di un lavoratore coatto e venti interviste ad ex militari italiani lombardi disarmati dai tedeschi nei giorni immediatamente successivi all'8 settembre 1943 ed internati in appositi campi di prigionia: i soldati ed i sottufficiali nei cosiddetti Stalag, mentre gli ufficiali finirono negli Oflag. Le testimonianze sono belle, concise e tutto sommato omogenee, se si prescinde dalle numerose pagine colorate in azzurro che, a guisa di dossier, l'autore, giornalista, ha dedicato al noto romanziere Giovannino Guareschi, spezzando in questo modo la coralità del racconto. Segue un'intervista al segretario della CISL Savino Pezzotta, il cui padre fu un internato militare. Non può sorprendere che la tematica del lavoro costituisca il motore della narrazione, se si considera che obiettivo precipuo del Terzo Reich fu quello di utilizzare gli IMI (Internati militari italiani) in qualità di manodopera per la produzione bellica tedesca. Al tempo stesso, bollati come ?Badoglio? e ?macaroni? perché identificati con quella parte del paese che aveva voltato le spalle alla Germania, essi vennero trattati ? soprattutto inizialmente ? con vero e proprio sprezzo. Le cattive condizioni di vita conosciute dagli IMI furono anche dovute al loro status giuridico: la definizione di IMI, intervenuta il 20 settembre 1943 nel riconoscimento che la qualifica di ?prigionieri di guerra? non avrebbe tenuto conto dell'alleanza tra la RSI ed il Terzo Reich (in quel caso la RSI sarebbe stata anzi caratterizzata come nemica), sottrasse i militari italiani alla tutela della Croce Rossa Internazionale, complicandone ulteriormente il quotidiano. A ciò non supplì efficacemente il SAI (Servizio di assistenza agli internati) istituito dalla RSI come sostituto della CRI, sia per una strutturale inefficienza, sia per le scarse informazioni sulla dislocazione e le condizioni di vita degli IMI ricevute dall'OKW (Oberkommando der Wehrmacht: il Comando supremo della Wehrmacht). Questo problema contribuì a peggiorare le condizioni di vita degli IMI. Va quindi ridimensionata l'enfasi dei testimoni ? ripresa e sostenuta anche dall'autore ? sul cattivo trattamento loro riservato dal Terzo Reich in conseguenza di una presunta, massiva resistenza alle richieste di arruolamento nelle file della milizia della RSI o dell'esercito tedesco. Il recente studio di Gabriele Hammermann (Gli internati militari italiani in Germania, 1943-1945), sull'onda di considerazioni già avanzate da alcuni studiosi e ? particolarmente ? da Giorgio Rochat, ha confermato tanto lo scarso interesse da parte delle autorità tedesche verso la ricostituzione di un esercito fascista, quanto la apoliticità della non massiva adesione degli IMI alla RSI ed alla Germania del Terzo Reich (la non adesione, circa il 75 per cento, fu più alta tra i sottufficiali ed i soldati che non tra gli ufficiali); mancata adesione dovuta alla stanchezza della guerra; ad un atteggiamento ? quindi ? nel complesso scarsamente caratterizzato da coesione e compattezza d'azione tra i prigionieri.


Giovanna D'Amico