SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Risorse

Fascismo e informazione. Ermanno Amicucci e la rivoluzione giornalistica incompiuta (1922-1945)

Mauro Forno

Prefazione di Nicola Tranfaglia, Alessandria, Edizioni dell'Orso, pp. 272, euro 2003

Il volume ricostruisce la biografia di Ermanno Amicucci, prototipo del giornalista di regime, individuato come una ?figura centrale per sviscerare i rapporti che si sarebbero instaurati fra giornalismo e fascismo nel corso del ventennio? (p. 8). La narrazione si apre con gli anni della formazione giovanile in terra d'Abruzzo, delineando un percorso umano e politico comune a un'intera generazione di intellettuali, passata dal socialismo al fascismo attraverso l'esperienza dell'interventismo e della guerra. La parte più interessante del libro è costituita indubbiamente dalla ricostruzione dell'azione svolta da Amicucci per l'epurazione della stampa e per la sua completa fascistizzazione nel primo decennio del regime. Il giornalista fu l'artefice di una legge di riforma del settore giornalistico che prevedeva, tra l'altro, la creazione dell'albo nazionale. Nominato al vertice del Sindacato nazionale fascista dei giornalisti, egli lavorò per farne lo strumento per realizzare l'?autofascistizzazione? (p. 55) della categoria. L'autore segue la strategia di fascistizzazione consensuale attuata dal regime nei confronti dei proprietari e il pronto ralliement dei giornalisti alle direttive dei vincitori, spesso ottenuto al prezzo di umilianti abiure del proprio recente passato antifascista. Tuttavia, il progetto di ?rivoluzione giornalistica? di Amicucci andò incontro al completo fallimento a causa della mancanza di una chiara strategia del duce, che si sarebbe accontentato dell'?asservimento gerarchico? dei giornalisti (p. 10), e, in ultima analisi, del ?conflitto latente tra ambizioni totalitarie e derive burocratico-autoritarie? (p. 11) che avrebbe caratterizzato l'azione del regime anche nel campo della carta stampata. L'allontanamento di Amicucci dalla guida del Sindacato e la chiusura della sua scuola di giornalismo nel 1933, istituita per formare una nuova leva di giornalisti completamente fascisti, costituiscono, per l'autore, le prove più tangibili di un simile fallimento. La ?rivoluzione?, impossibile sul piano politico-ideologico, fu attuata da Amicucci attraverso la modernizzazione tecnica ed editoriale della torinese «Gazzetta del Popolo», dando vita a un ?nuovo modello di giornalismo?, che, per Forno, aveva la finalità di ?colmare il vuoto esistente tra lo Stato e i cittadini? (p. 147). I capitoli conclusivi seguono l'esperienza di Amicucci al Ministero delle Corporazioni e l'adesione alla RSI, che gli valse la direzione del «Corriere della Sera». Il taglio biografico, se consente di aggiungere spunti interpretativi originali alla storiografia che si è occupata dei grandi quotidiani dei quali Amicucci fu direttore, costituisce d'altra parte il limite dal quale l'autore non riesce a emanciparsi e che lo conduce a decretare, forse un po' frettolosamente, il fallimento della ?rivoluzione giornalistica? del fascismo identificata senz'altro con il progetto di Amicucci.


Luca La Rovere