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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Tra Africa e Occidente. Il cardinal Massaja e la missione cattolica in Etiopia nella coscienza e nella politica europee

Mauro Forno

Bologna, il Mulino, 431 pp., euro 31,00 2009

A duecento anni dalla nascita di Guglielmo Massaja (1809-1889), il volume offre finalmente una ricostruzione della complessa figura del missionario cappuccino e del suo lungo apostolato in Etiopia. Non che l’abuna Messias fosse stato nel frattempo obliato, anzi. L’a. ricorda come la bibliografia massajana conti qualche migliaio di titoli, segno dell’interesse suscitato dal cardinale astigiano nell’opinione pubblica italiana ed europea ancor prima della sua morte. Sennonché tale ponderoso materiale, opera principalmente di ecclesiastici, si è sedimentato nel corso dei decenni con intenti apologetici, al di fuori di prospettive storiografiche e senza l’ambizione di collocare Massaja nella storia dell’800. A queste lacune risponde il libro di Mauro Forno.Grazie a un ampio scavo documentario, l’a. ricostruisce la formazione di Massaja mettendone in evidenza i limiti - rilevati anche dal Sant’Uffizio - e il profilo ultramontano, l’ingresso nell’ordine francescano, il periodo del sacerdozio nella Torino di Carlo Alberto, i rapporti con vari personaggi di Casa Savoia. Ma l’attenzione dello studioso si concentra naturalmente sull’avventura africana di Massaja, che prende l’avvio con la nomina a vicario apostolico degli oromo nell’Etiopia centro-orientale, decretata da papa Gregorio XVI il 12 maggio 1846.Nella sua ricostruzione Forno fa chiarezza su un aspetto controverso dell’opera di Massaja. Se fu Francesco Crispi il primo ad attingere al carteggio massajano con Cristoforo Negri per giustificare, nel dicembre 1889, l’interessamento del proprio governo all’Africa orientale, la distorsione in senso colonialista dell’opera di Massaja si deve al regime fascista che volle incastonare il cardinale nel destino fatale dell’Italia in Etiopia attraverso cliché che ne avrebbero a lungo condizionato l’immagine. L’a. mostra come altre furono le preoccupazioni di Massaja nei suoi 35 anni in Africa. Centrali appaiono i rapporti da stabilire con la Chiesa cristiana etiopica, la dura opposizione all’espansione dell’islam nella regione, l’ingresso nella Corte di Menelik II, del quale il missionario divenne primo consigliere per la politica internazionale.Nella sua vicenda africana Massaja non ebbe molti contatti con il governo metropolitano e in essi mai recitò la parte di un fautore del colonialismo del Regno sabaudo prima o dello Stato italiano. Ma dopo un primo viaggio in Africa per raggiungere il Vicariato dei Galla, egli si convinse che la possibilità di svolgere l’azione missionaria in una terra ostile sul piano climatico e difficile dal punto di vista dell’apostolato per la presenza di realtà religiose poco permeabili al cattolicesimo non poteva prescindere dall’influenza dei governi europei nella regione. Di qui la missione europea del Massaja nel biennio 1850-1851 per convincere non D’Azeglio o Vittorio Emanuele II - di cui pure era stato cappellano -, ma i governi di Parigi e Londra, vale a dire i centri di irradiazione più importanti nello scrumble for Africa, affinché fossero garantite protezione e sostegno economico alle missioni africane.


Lucia Ceci