SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La presa di parola e altri scritti politici

Michel de Certeau

Roma, Meltemi, 239 pp., Euro 19,50 (ed. or. Paris, 1994) 2007

La presa di parola, rimasta finora inedita in italiano, raccoglie scritti pubblicati da Michel de Certeau (1925-1986) tra la fine degli anni '60 e il 1985, e appartiene al periodo più fecondo della sua attività intellettuale. Si tratta di una edizione accresciuta che conta su una indispensabile Introduzione di Luce Giard, curatrice di tutta l'opera certiana. Il libro uscì nel settembre 1968: un centinaio di pagine sul maggio francese scritte da un testimone eccezionalmente attento a registrare che in quel contesto stava infatti emergendo «un tipo di comunicazione nuovo e diverso». Protagonista della prima parte è infatti l'utilizzazione creativa delle parole, con esempi folgoranti come quello sulla négritude e sul rapporto tra oralità e scrittura, un tema prediletto da Certeau. L'uso innovativo del linguaggio viene analizzato nella consapevolezza dei limiti che l'hanno caratterizzato: «la sua fragilità - scrive - è quella di esprimersi solo contestando, di testimoniare solo per via negativa» (p. 38). Già alla fine di giugno, alle parole si sostituiscono gli scritti, e fiorisce una pubblicistica immensa: «il successo del libro è il ritorno all'ordine» (p. 71). Ma non si trattò di un ritorno al passato; nelle forme della comunicazione, nella rappresentazione del potere, il terremoto ci fu; e i suoi effetti, pur nell'avvenuta restaurazione politica, si fecero sentire a lungo. Tra questi emergono la crisi dei saperi tradizionali e la fine dell'intellettuale impegnato à la Sartre; da allora non hanno cessato di costituire oggetto di turbamento. Per finire, una preziosa guida bibliografica ragionata.Le altre sezioni del libro sono dedicate rispettivamente al risveglio politico dell'America latina, che Certeau conosceva e avrebbe continuato a frequentare a lungo (pagine importanti sono dedicate alla tortura e alle «mistiche violente»); alla comunicazione e ai suoi risvolti squisitamente politici (costituiti dalle reti sociali, dalle pratiche di appropriazione, e dai mediatori); e infine alle Economie etniche. In alcuni capitoli scritti nel 1983, al centro della comunicazione contemporanea è posto l'immigrato: «colui che mette alla prova la nostra società, dato che è dalla capacità di rispettare ciò che non segue le proprie regole e le proprie tradizioni che si giudicano la tolleranza e l'apertura di una società» (p. 184). Contrario a ogni tentazione assimilatrice, Certeau propone nei confronti degli immigrati di «inventare» insieme a loro una «cultura al plurale» (titolo di un suo libro del 1974 ancora inedito in Italia). La presa di parola costituisce infatti un'occasione per riflettere sui mutamenti del significato della parola «cultura»: «un concetto molle, utilizzabile per qualsiasi scopo, insieme necessario (per il problema che affronta) e ingannevole (perché non dice più niente di preciso» (p. 99). Quando si parla di «ritorno dell'evento» in storia, di «svolta linguistica», di «nuova storia culturale», sarebbe opportuno considerare questo libro come un riferimento indispensabile.


Paola Di Cori