SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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I profeti disarmati 1945-1948. La guerra fra le due sinistre,

Mirella Serri

Milano, Corbaccio, 229 pp., euro 18,00 2008

Il volume descrive una guerra tra antifascismi più che tra sinistre, come recita il sottotitolo, ed è in realtà una dura critica alla politica del Pci nell’immediato dopoguerra. Costanti i riferimenti alle violenze dei comunisti verso ex fascisti, qualunquisti, monarchici, liberali, cattolici e gente comune che rifiutava la lotta di classe. Non è chiaro cosa c’entri questo con la lotta tra sinistre, visto che quasi non si parla di socialisti e azionisti. Il gruppo di «Risorgimento Liberale» (organo del Pli) era composto da antifascisti, ma non da liberalsocialisti, socialdemocratici e socialisti autonomisti, cioè quella sinistra democratica (in maggioranza anticomunista e critica verso Nenni) che in parte proveniva dal Pd’A e in parte dal movimento operaio. Pannunzio solo con l’esperienza de «Il Mondo» sosterrà l’apertura a sinistra, come La Malfa. Né tanto meno Croce ed Einaudi sono riconducibili a forze di sinistra. Tra i protagonisti di «Risorgimento Liberale» - impegnato in una disputa con «L’Unità» riguardo alla matrice di omicidi su cui, in molti casi, i tribunali fecero chiarezza - l’a. cita Cattani. Ma egli, prima di entrare nel Pr con Pannunzio, Scalfari, Rossi, Valiani e Piccardi (ma non con Salvemini), fu tra i responsabili della caduta del governo Parri e costituì l’anima moderata del Cln, ostile alle riforme caldeggiate da chi (come Valiani e Foa) aveva creduto nella rivoluzione democratica e non nell’Urss. Il Pci, con un’operazione politica spregiudicata ma non dissimile da quella della Dc e degli alleati, accettò tra le sue file ex fascisti e, attraverso il recupero di forze cresciute durante il regime (ma deluse dai compromessi del duce col grande capitale e dagli esiti dell’alleanza coi nazisti), tentò con successo di radicarsi (in competizione coi cattolici) in un paese subito inserito nel blocco occidentale con il beneplacito di Stalin. Il processo di pacificazione togliattiano poteva essere inaccettabile sul piano etico (anche perché aprì le porte delle galere ai torturatori fascisti) ma, sul piano politico, consentì un dialogo con i vecchi avversari che forse, accantonata la rivoluzione, evitò al paese una nuova guerra civile. La doppiezza comunista conteneva in sé due elementi contrastanti, ma reali. La fedeltà all’Urss e l’idea che, attraverso l’ampliamento dei diritti e l’attuazione della Costituzione (patrimonio di tutti gli antifascisti), il Pci si sarebbe accreditato come forza autenticamente democratica di fronte all’impossibilità, riconosciuta dai più, di realizzare l’epurazione rinnovando magistratura, amministrazione, forze dell’ordine, corpo docente. Non è chiaro come, tra il ’45 e il ’48, i liberali - privi di contatti con le masse e protagonisti di secondo piano della Resistenza rispetto a comunisti, azionisti, socialisti e democristiani - potessero ambire «a porsi come polo di aggregazione antifascista anche per i socialisti e le forze sparse di sinistra» (p. 11). Il volume - pur fornendo varie sollecitazioni su anni centrali della storia italiana - sembra più un attacco al Pci che una ricerca veramente documentata sui «liberali di sinistra», protagonisti solo dopo il ’48.


Andrea Ricciardi