SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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I redenti. Gli intellettuali che vissero due volte. 1938-1948

Mirella Serri

Milano, Corbaccio, pp. 369, euro 19,60 2005

Gli ?intellettuali che vissero due volte? sono quelli che transitarono dal fascismo alle file della sinistra antifascista. Nel tentativo di ricostruire la ?doppia esistenza? di personaggi quali Mario Alicata, Carlo Muscetta, Alfonso Gatto, Renato Guttuso, Roberto Rossellini, la narrazione abbraccia un arco cronologico compreso tra l'emanazione delle leggi razziali, individuate come il culmine della politica fascista nei confronti degli intellettuali, e la rinascita della vita pubblica italiana nel 1946-47. Un forte elemento di continuità caratterizza, per l'autrice, questa fase: l'immutato ruolo degli intellettuali al servizio delle ideologie dominanti. Come si erano identificati con la figura dell'?intellettuale militante? proposta dal fascismo, così, dopo il suo crollo, essi si schierarono prontamente a sostegno del progetto togliattiano di egemonia sulla cultura. Attraverso l'analisi di «Primato» l'autrice mostra l'ampiezza delle adesioni dell'intellettualità italiana, nelle sue diverse espressioni, alla politica fascista. Mentre la seconda parte, incentrata quasi esclusivamente sul cosiddetto ?problema dei giovani?, ossia sul dibattito postbellico relativo alle modalità per recuperare alla democrazia le generazioni formate dal regime totalitario, appare decisamente schematica e sottodimensionata rispetto alla necessità di continuare a seguire i singoli percorsi biografici dei protagonisti dopo il fascismo. In effetti, dalle pagine di Serri non emerge, come ci si aspetterebbe, la storia della difficile transizione di regime e delle sue conseguenze sulle scelte e sugli orientamenti ideali dei singoli. Mancando ogni tentativo di spiegare le ragioni di un così rapido processo di riconversione degli intellettuali, l'immagine del ?breve viaggio?, assieme all'insistita polemica nei confronti delle rimozioni postbelliche, sfocia nella riproposizione del vieto stereotipo del trasformismo e dell'opportunismo delle classi dirigenti nazionali, che avrebbero condotto gli uomini di cultura ad abbandonare un fascismo ormai agonizzante per porsi, senza affrontare un vero processo di revisione ideologica, al servizio dei nuovi vincitori. Una simile tesi appare assai debole da un punto di vista metodologico: in effetti, la continuità delle carriere nel passaggio fascismo-antifascismo non consente di decretare immediatamente anche una continuità ideologica e/o delle mentalità. È indubbio che la società italiana e, in particolare, gli intellettuali si lasciarono sedurre dalla politica del regime. Tuttavia, continuare a ?scoprire' il passato fascista di questo o quell'intellettuale antifascista, se consente di ottenere spazio sulle pagine culturali di alcuni quotidiani nazionali, appare ormai un esercizio improduttivo, incapace di andare al di là di un facile moralismo e, soprattutto, di apportare nuovi elementi di conoscenza su uno dei tornanti più difficili e tuttora inesplorati della nostra storia nazionale.


Luca La Rovere