SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Morire di pace. L’eccidio di Kindu nell’Italia del «miracolo»

Amoreno Martellini

Bologna, il Mulino, 250 pp., € 21,00 2017

L’11 novembre 1961 tredici aviatori italiani, impegnati in una missione di pace dell’Onu, furono uccisi a Kindu, in Congo, e i loro cadaveri straziati. L’a., già noto per questo tipo di studi, analizza l’impatto che la vicenda ebbe sulla coscienza collettiva del paese e segue gli echi della stessa fino ai giorni nostri. In Italia si definivano allora nuovi assetti politici interni, si celebrava il centenario dell’indipendenza (accostata tra polemiche a quella del Congo) e si viveva la prima stagione di benessere. Sul piano internazionale, il paese si mosse con una certa difficoltà, diviso tra le simpatie per la decolonizzazione e i legami con gli alleati, tra il favore per l’azione dell’Onu e i condizionamenti derivanti dal problema dell’Alto Adige e dall’esigenza di tutelare i propri interessi. In Italia, peraltro, si aveva allora una scarsa conoscenza delle missioni di peacekeeping e la vicenda contribuì a diffondere nell’opinione pubblica la nuova immagine del soldato, impegnato per la pace. Martellini analizza soprattutto i riflessi che la strage ebbe tra le forze politiche e documenta bene il modo in cui una vicenda internazionale, come spesso accade in Italia, divenne occasione per uno scontro di politica interna. Alle prese con la svolta di centro-sinistra, i partiti utilizzarono allora l’eccidio per screditarsi a vicenda. La divaricazione si manifestò già all’indomani dell’assassinio di Lumumba, un’icona della sinistra, un dittatore e un bandito per la destra. La prima guardò con favore al processo di decolonizzazione, per la seconda il popolo congolese era formato da selvaggi assetati di sangue, stupratori, incapaci di autogovernarsi. Gli stereotipi e le ideologie la fecero da padrone nel quadro pervasivo della guerra fredda. Dopo la strage la stampa indugiò sui macabri particolari del massacro, mentre nel paese si moltiplicarono le manifestazioni di cordoglio, religiose e civili, coniugando la tradizionale religione della patria con le nuove idealità repubblicane, e fiorirono le sottoscrizioni per i parenti delle vittime. I toni del dibattito politico si infiammarono: in Parlamento, nelle piazze, sui giornali si inasprì la contrapposizione ideologica, che degenerò a volte nello scontro fisico e in episodi di razzismo. La destra, con il non celato obiettivo di bloccare la svolta di centro-sinistra, cercò di cavalcare l’onda emotiva, specie tra i giovani, e di appropriarsi del dolore del paese: contrappose civiltà e barbarie, associò i «negri cannibali» ai comunisti e all’Urss, che li appoggiavano; la sinistra rimproverò al governo la solidarietà con i colonialisti occidentali, accusò la destra di razzismo e ricordò i trascorsi coloniali fascisti. L’apertura a sinistra condizionò non poco anche le posizioni del mondo cattolico nei confronti dell’eccidio, diviso al riguardo tra gli insegnamenti giovannei e la preoccupazione di non schierarsi a fianco delle sinistre, anche se le sguaiate reazioni neofasciste all’eccidio stesso favorirono la presa di distanza della Dc dal Msi. Lentamente e con difficoltà le vicende del Terzo Mondo entravano negli orizzonti degli italiani.


Luciano Tosi