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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Napoli e Napoleone. L’Italia meridionale e le rivoluzioni europee (1780-1860)

John A. Davis

Soveria Mannelli, Rubbettino, 575 pp., € 29,00 2014

La partecipazione del Mezzogiorno italiano all’età delle rivoluzioni e della grande guerra europea è al centro del volume di John A. Davis. Si tratta di una intensa stagione storica, spesso ricondotta a schemi interpretativi condizionati dal complicato ruolo rivestito dall’ex Regno nel nuovo Stato italiano. Invece, sostiene l’a., occorre spogliarsi di queste letture preconfezionate, analizzando il Mezzogiorno in un contesto pienamente inserito nei processi di trasformazione dell’antico regime e nella successiva frattura rivoluzionaria, nell’Europa napoleonica e nei cambiamenti politici e sociali che accompagnarono questa lunga epoca. La stagione settecentesca anticipò uno scenario complesso e dinamico della società napoletana, portando il conflitto contro la feudalità in ogni angolo del Regno, anche in Sicilia. Furono però la rivoluzione e la guerra a trascinare il Regno nella politica europea, moltiplicando e trasformando i conflitti interni, esplosi definitivamente nel 1799. Tra i rivoluzionari e tra i controrivoluzionari erano presenti diversi gruppi sociali, eredi del movimento delle riforme e trasformati dalla radicalizzazione politica degli anni ’90. La rivoluzione e il suo tragico epilogo produssero un duraturo mito repubblicano a cui si contrappose, con eguale efficacia, quello controrivoluzionario del sanfedismo. Fu però il decennio a cambiare per sempre la storia del Regno. Davis sostiene che Napoli diventò una pedina importante del sistema imperiale, garantendo le frontiere meridionali e contribuendo ai suoi equilibri interni, per le funzioni politiche e militari assegnate alle sue istituzioni. La politica napoleonica ebbe costi altissimi, per i contributi umani ed economici richiesti dall’imperatore. Allo stesso tempo sviluppò a Napoli tentativi di rinnovamento e modernizzazione di dimensioni superiori a molti altri paesi inseriti nello spazio imperiale, mettendo in movimento importanti gruppi di interesse determinati a conquistare ruoli nella società postfeudale. La tesi di Davis è che il decennio fu un esperimento limitato e incompleto ma, stimolò aspirazioni, ambizioni, progetti che determinarono una diffusa e articolata mobilitazione della società, e continuarono anche nell’età della Restaurazione. Dopo il 1815 la mediazione voluta dagli alleati, con i murattiani o con la Chiesa, non riuscì ad assorbire le fratture di un Regno diviso. Anzi, la politicizzazione del Regno fu assorbita dalle società segrete, e fu la carboneria a diventarne maggiore interprete. La rivoluzione del 1820 diventò la tappa finale di questa lunga stagione. La vittoria dei costituzionali aveva basi fragili, la forza della monarchia era altrettanto dubbia. Alla fine fu solo l’intervento austriaco a consentire una terza restaurazione che in sostanza, pur liquidando l’opposizione politica, finì per congelare la modernizzazione istituzionale e soprattutto per marginalizzare la funzione delle Due Sicilie nella realtà italiana.


Carmine Pinto