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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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L'Ovra a Cinecittà. Polizia politica e spie in camicia nera, prefazione di Mimmo Franzinelli

Natalia Marino, Emanuele Valerio Marino

Torino, Bollati Boringhieri, pp. XIII-332, euro 32,00 2005

Come nota Franzinelli nella sua prefazione, il volume non presenta una ?lineare e circostanziata ricostruzione storica delle diramazioni spionistiche nel mondo dello spettacolo? (p. VII). Del pari, resterebbe deluso chi cercasse nel testo una connessione tra le vicende dei personaggi, noti e meno noti, finiti sotto la lente di osservazione della polizia politica, e una riflessione più generale sul ruolo degli apparati repressivi nello Stato totalitario. Malgrado questi, che dal punto di vista dello storico, appaiono come limiti d'impostazione, occorre dire che, anche grazie a una prosa scorrevole, a tratti colorita, il lettore si trova proiettato nell'atmosfera di splendori e miserie del mondo del cinema negli anni del fascismo, visto con lo sguardo delle spie del regime. Adottando questa prospettiva, che ovviamente non esaurisce la realtà del tempo, quello del cinema appare un universo caratterizzato da aspre lotte per il potere, da intrighi e macchinazioni, motivati spesso da meschine rivalità professionali e da inconfessabili ambizioni personali, da corruzione e affarismo. Lungi dall'essere ignoto agli studiosi, questo aspetto della vita pubblica durante il fascismo non è neppure il più interessante. Così come non sembra significativa la rilevazione di un diffuso ius murmurandi ? al quale gli autori sembrano, in verità, dare eccessivo credito come spia di un diffuso antifascismo ? che costituiva un aspetto fisiologico della dittatura se non, addirittura, il risultato stesso dell'opera di vigilanza occulta degli informatori. La lettura del volume appare utile, piuttosto, in quanto le vicende ricostruite dagli autori costituiscono nuovi materiali che confermano la capacità di penetrazione del fascismo in ogni ambito della vita pubblica. Non soltanto attraverso la funzione di controllo, diretta e indiretta, della conformità del cinema alle direttive politiche del regime, che giungeva, per esempio, fino al punto di ammonire un attore che all'estero si era reso ?colpevole? di interpretare personaggi non in linea con l'immagine dell'?italiano nuovo? veicolata dal fascismo. Ma anche, e soprattutto, attraverso la politicizzazione di comportamenti che, per loro natura, non avevano una diretta rilevanza pubblica. È allora che la vita privata dei cittadini, anche nei suoi risvolti più intimi e scabrosi, i pettegolezzi e le maldicenze diventano oggetto di interesse per le autorità. Da questo punto di vista, l'atmosfera di ?miseria morale generalizzata? rilevata da Franzinelli (p. XI), lungi dall'essere attribuibile (solo) alle qualità umane dei personaggi coinvolti, costituisce un indice per rilevare gli effetti di disgregazione dei tradizionali legami di solidarietà professionale e, si sarebbe tentati di dire, umana prodotta dalla penetrazione della logica totalitaria nei gangli più sensibili della società italiana.


Luca La Rovere