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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Nel regno della fame. Il mondo contadino italiano fra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta

Niccolò Mignemi

prefazione di Marco Cattini, Roma, Aracne, 187 pp., Euro 13,00 2010

«Regno della fame» fu l'espressione con cui alla fine degli anni '30 «Lo Stato operaio», la rivista del Partito comunista clandestino, definì la situazione delle campagne italiane durante il fascismo. A quell'analisi Mignemi si richiama apertamente, per sottolineare come negli anni del regime i contadini italiani abbiano subito un processo di impoverimento, che portò gran parte di loro a durissime condizioni di vita e spesso ai limiti della denutrizione. Il volume tuttavia non è solo una ricostruzione della situazione delle popolazioni rurali ma una rassegna, sintetica e però ricca nei temi affrontati, dei cambiamenti attraversati in quell'epoca dall'agricoltura italiana. Prende infatti in esame anche il ruolo del settore primario nello sviluppo economico nazionale, l'influenza del contesto internazionale, la struttura della proprietà, le bonifiche, la politica agraria e l'ideologia ruralista. L'intera economia agricola - sottolinea Mignemi - visse allora un profondo e prolungato processo di trasformazione nel segno di una sempre più accentuata subordinazione al settore industriale e finanziario, pagata dalle figure sociali più deboli. Chiusa la stagione delle lotte e dei miglioramenti dell'immediato dopoguerra, l'avvento al potere del fascismo, a dispetto della propaganda ruralista, consegnò il mondo contadino - con l'eccezione delle aree più moderne della pianura padana - a un ruolo marginale. Relegato a «settore di riserva», quel mondo fu una «spugna» capace di assorbire le miserie create dal regime: una funzione che l'agricoltura avrebbe svolto anche dopo la caduta del fascismo, fino alle soglie del miracolo economico.Il volume riesce a sostanziare questo quadro interpretativo affidandosi a un'attenta lettura delle inchieste economiche e sociologiche di provenienza istituzionale, realizzate negli anni '30 e dopo la Liberazione, e alle analisi prodotte dalle forze antifasciste.Ne risulta una ricognizione nel complesso convincente, che ha anche il merito di tenere insieme livelli diversi d'indagine. Due aspetti però appaiono meno persuasivi. Il primo è la periodizzazione. Sulla profonda continuità tra il fascismo e il primo quindicennio del dopoguerra (a cui è dedicato l'ultimo capitolo) il volume insiste ampiamente, e giustamente, e però minimizzando i cambiamenti (la nuova realtà sindacale e associativa fu più ricca e complessa di quanto non appaia) e trascurando la cesura rappresentata dagli anni di guerra i quali, con i razionamenti e il mercato nero, videro una parziale rivincita delle campagne sulle città.Il secondo ha invece a che fare con l'impianto interpretativo generale. È indubbio che molti contributi realizzati dagli antifascisti in medias res si rivelano ancora oggi ampiamente utili e ricchi di informazioni e spunti di analisi fecondi. Mignemi però, più che utilizzarli come fondamentali punti di partenza, finisce spesso con l'aderirvi quasi meccanicamente, tenendo a volte sullo sfondo la storiografia più recente e perdendo l'occasione di offrire chiavi di lettura più originali.


Alessio Gagliardi