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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La forma di governo in Italia. Dibattiti politici e giuridici tra Otto e Novecento

Nicola Antonetti

Bologna, il Mulino, pp. 208, euro 16,00 2002

Nella prima metà del '900 i sistemi politici europei risposero in maniera diversa alle nuove domande di democrazia. Se la Gran Bretagna o la Francia ampliarono la rappresentatività delle loro istituzioni, altri risposero sostituendo la ?supremazia della Nazione? con la ?supremazia della Costituzione?, garantita o da un ?custode?politico, il presidente della repubblica (Germania), o da una corte costituzionale (Austria) ed integrarono la democrazia rappresentativa con organi di rappresentanza economica e professionale. Il libro di Antonetti aiuta a capire, sul terreno della storia delle dottrine, perché gli esiti del caso italiano furono diversi. Sino dalle prolusioni di Romano (1909) e di Orlando (1910) la dottrina liberale oppose gravi difficoltà ad uno sviluppo democratico del sistema, insistendo sulla necessità di tutelare lo ?Stato persona? e le prerogative costituzionali della corona. Da qui l'ostilità verso i tentativi di riforma regionalista di Sturzo e di quelli organicisti dei sindacati socialisti, e verso la proporzionale, che fu accusata da Orlando, Ranelletti, Mosca e Pareto di sostituire la sovranità dei partiti alla rappresentanza senza vincolo di mandato, che erano fondamento dell'unità dello Stato e delle tradizioni del governo parlamentare. D'altra parte la difesa del ?partito programma? e di un nuovo parlamento non atomistico, compiuta da Ambrosini e Ruffini, non rafforzò le capacità di indirizzo politico del parlamento, e indebolì le funzioni di indirizzo del governo e del presidente del consiglio. Il fascismo rimescolò queste varie dottrine, realizzando una nuova costituzione basata su un partito-programma ma unico, su uno Stato organicista di tipo corporativo, su una forma di governo basata sull'incorporazione del partito fascista nella sfera pubblica e sulla titolarità esclusiva dell'indirizzo politico da parte del capo del governo-duce del fascismo. Rimaneva soltanto da difendere quel che era rimasto dello Stato di diritto; una battaglia forse inutile, ma nobile, che impegnò solo la scuola di tradizione liberale dei Ranelletti e degli Esposito. Altri giovani studiosi (Mortati, Crisafulli, Perticone), scelsero invece di sostenere la legittimità di un partito ?dominante? non solo sul piano dell'indirizzo politico di governo ma anche su quello costituzionale (Mortati). Poco importa che quegli studiosi sostenessero la non definitività della costituzione fascista; ciò che contava era che Mortati, ancor più di Crisafulli, finiva per annullare ogni distinzione fra ?la società?, ovvero il partito, e l'ordinamento giuridico e fra il partito e gli organi costituzionali, così legittimando il totalitarismo. Era una concezione integrale, e integralista, della politica e del ruolo dei partiti che del resto Mortati riaffermò dopo la guerra, quando sostenne ancora l'assolutezza del potere costituente fondato sui partiti. L'onnipotenza della politica, la distinzione fra il ruolo dei partiti e quello delle istituzioni, i principî della divisione dei poteri e dello Stato di diritto, sono rimasti, non a caso, problemi aperti anche nell'esperienza della prima e della ?seconda? Repubblica.


Stefano Merlini