SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Il soldato, la guerra e il rischio di morire

Nicola Labanca, Giorgio Rochat (a cura di)

Milano, Unicopli, 407 pp., euro 20,00 2006

Perché i soldati si lasciano uccidere e perché accettano di uccidere? Sono queste le domande radicali che, come sottolineano i due curatori, «stanno alla base o dovrebbero stare alla base di ogni storia delle guerre o delle forze armate che nelle guerre si combattono» (p. 7). Domande che possono apparire banali, ma non lo sono, tanto è vero che la ricerca storica internazionale non è ancora riuscita a dare a esse risposte soddisfacenti. Non sono nemmeno domande nuove, ma sono state per lo più trascurate ? o forse procrastinate perché troppo angosciose e complesse ? dalla tradizionale storia militare. Solo dagli anni '90 (soprattutto dalla seconda metà) hanno attratto l'attenzione di storici italiani e stranieri e sono divenute imprescindibili e urgenti, specialmente rispetto alle guerre del XX secolo. Coloro che finora hanno affrontato tali quesiti si sono concentrati e divisi su due risposte di certo vere, ma non sufficienti: da un lato il potere della coercizione, dall'altro il progressivo affermarsi, soprattutto nel '900, di nuove «culture della guerra» che hanno condizionato non solo gli ambienti militari ma, prioritariamente, le società nel loro complesso. L'obiettivo del volume che presentiamo è quello di superare tali «due opposte trincee» (p. 10) sia sottolineando e articolando la compresenza di entrambe le «forze» (coercizione e cultura di guerra) in ogni conflitto e in ogni esercito armato, sia cercando di formulare un «modello » che da un lato possa servire a un confronto/dialogo tra la storia e altre scienze sociali (in particolare psicologia e sociologia) e dall'altro, contemporaneamente, risulti sufficientemente elastico da essere in grado di tener conto della varietà dei casi storici, sia, inoltre, accogliendo gli stimoli offerti dai più maturi studi stranieri. Rispetto a questi ultimi e dinanzi al fatto che la ricerca storica italiana è indubbiamente indietro nello studio delle esperienze dei militari al fronte (a eccezione, ritengo, di quella relativa alla prima guerra mondiale, ma in modo grave rispetto ai conflitti successivi), il volume di Labanca e Rochat rappresenta un importante momento di coagulo e di confronto tra tensioni, interessi e progetti di ricerca che, ancora in scarso numero e in ordine sparso, stavano emergendo anche nella nostra penisola. Un momento quindi fondamentale di passaggio/partenza per la ricerca storico-militare italiana. Gli interventi raccolti spaziano dal Risorgimento alla Resistenza italiani, da alcuni «volontarismi » alle storie di singoli corpi o divisioni, da elementi motivazionali patriottici e/o militari alle influenze della religione e della superstizione. Nessuno dei singoli contributi giunge a soluzioni definitive, ma tutti presi assieme offrono possibili nuove risposte alle domande iniziali mettendone in luce complessità, articolazioni e il loro incrociarsi e/o sovrapporsi con pesi e modalità diversi a seconda del conflitto e delle culture di guerra che condizionano società civili e militari.


Elena Cortesi