SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Posti al sole. Diari e memorie di vita e di lavoro dalle colonie d'Africa

Nicola Labanca

Rovereto, Museo storico italiano della guerra, pp. XLVII-350, euro 20,65 2001

Con questo bellissimo libro, che si legge quasi d'un fiato malgrado la mole, Labanca apre un nuovo fronte della storiografia coloniale: l'utilizzazione della letteratura popolare per la conoscenza degli ?italiani qualunque? delle nostre colonie (una fonte che Del Boca aveva già impiegato, ma non sistematicamente). In francese sono i petits blancs, in italiano manca un corrispettivo preciso per indicare la massa dei ?colonizzatori?, i soldati e i lavoratori, i contadini e i piccoli funzionari, gli emigranti per vocazione, obbligo o ricerca di una sistemazione, di un ?posto al sole?. La memorialistica edita è quasi sempre opera di comandanti, giornalisti, dirigenti e imprenditori, i petits blancs tengono diari e scrivono memorie più spesso di quanto si creda, ma non le pubblicano. Labanca ha ricercato questi diari e memorie inediti, ne utilizza quasi 200 in gran parte reperiti nell'Archivio diaristico nazionale di Saverio Tutino in Pieve Santo Stefano, gli altri negli Istituti storici della resistenza e negli Archivi della scrittura popolare. In tutto pubblica 130 brani organizzati per temi come combattimenti, repressioni, incontri, lavori, donne, bambini, ritorni. Il risultato è una straordinaria documentazione della continua varietà di motivazioni, situazioni, reazioni, fortune e fallimenti, che ci dà un volto articolato, molto ricco e molto concreto della massa di piccoli colonizzatori, al di là degli stereotipi della retorica ufficiale. Nella sua ampia Introduzione Labanca tenta di individuare alcune costanti in questa varietà: la sostanziale estraneità al territorio e la scarsa attenzione per i libici o abissini, il compattamento difensivo della società coloniale che copre una profonda frammentazione e precarietà, il silenzio sugli aspetti più brutali della conquista, la centralità del lavoro. Avverte inoltre che non avrebbe senso leggere queste testimonianze in chiave di consenso/dissenso, la frequente ripetizione dei temi della propaganda ufficiale (liberale e poi fascista) si presenta prima di tutto come un'affermazione di identità, di inserimento nel mondo coloniale, soltanto in pochi come fede politica, tanto che coesiste senza difficoltà con atteggiamenti di critica o estraneità. L'elemento di fondo rimane la grande articolazione, diremmo quasi la dispersione di vicende e ricordi; e poi la voglia di raccontare, forse per elaborare i traumi subiti, forse soltanto per fissare sulla carta un'esperienza così fuori della norma, forse per ritrovare un'identità più forte delle avventure in Africa.


Giorgio Rochat