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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Il mito di Bonaparte in Italia. Atteggiamenti della società milanese e reazioni nello Stato romano

Nicola Raponi

Roma, Carocci, pp. 100, euro 18,90 2005

In una stagione storiografica che a livello europeo sminuisce l'importanza del contributo della fase napoleonica alla modernizzazione del quadro istituzionale di molti paesi e, in nome di valori comunitari, assume spesso toni critici verso il suo ispiratore, questo volume ripropone il tema del mito del generale, evidenziando momenti nodali e interessanti aspetti di storia culturale. Il progressivo mutarsi del rapporto con il Direttorio nel passaggio di Bonaparte da esecutore di ordini a protagonista di una politica autonoma che sponsorizza un programma di libertà italiana, è visto nel riflesso sul mondo dei letterati e degli artisti della Cisalpina e della Repubblica italiana, che con dipinti, stampe, opere svolgono un ruolo non marginale. Milano e Roma sono luoghi nei quali la leggenda del nuovo Cesare e nuovo Alessandro ha strade diverse: la prima vede Giuseppe Parini e Pietro Verri attivi nella Municipalità del 1796, pur nell'evidenziare la natura fiscale della campagna militare, la seconda esprime l'opposizione ?guelfa? di Alessandro Verri al dispotismo napoleonico, il municipalismo di Monaldo Leopardi. I due personaggi dello Stato pontificio appaiono osservatori acuti: critici anche del governo papale, non esitano a individuare le modalità della stabilizzazione di un mito che respingono. Gli artisti quindi, intellettuali ?organici?, hanno ruoli pubblici, sono spettatori della politica culturale, come della gestione delle opere d'arte requisite dai francesi, sono oppositori aperti della Francia e del suo generale ma ne avallano comunque il mito confermando la percezione di una personalità sui generis. In età romantica la leggenda napoleonica continua con questo duplice volto: Chateaubriand, passato nel 1804 dal favore per Napoleone alla sua definizione di tiranno verso l'Italia, pubblica nel 1814 un libello antinapoleonico mentre altre opere della Restaurazione confermano una leggenda in positivo, alla quale egli stesso sembra non estraneo. Il rilievo dato dall'autore alla pace di Bologna del 1796 e al trattato di Tolentino del 1797, ricostruendone le tappe politiche e diplomatiche, consente di affrontare il tema nell'ottica di una ?politica culturale?, che si incrocia con la ?politica ecclesiastica?. A differenza del Direttorio, Bonaparte decide di rispettare le prerogative spirituali del pontefice e crea la prima occasione di sperimentare gli effetti positivi dell'abolizione del potere temporale. Tattica finanziaria o politica personale? Pur nella diversa valutazione del trattato da parte della storiografia italiana e di quella francese, in merito al rapporto Stato-Chiesa (la prima più sensibile a vedervi le lontane premesse del Risorgimento, la seconda a collocarlo nel dibattito sullo Stato laico), in primo piano è il riflesso sul regime giuridico delle opere d'arte. Dal diritto di conquista che si esercita sul patrimonio storico-artistico e storico-culturale, sulla base degli studi di A. Pinelli ed E. Pommier, s'introduce il principio di una cultura bene comune in Europa, e di Roma e dell'Italia come museo totale e integrale che è impossibile smembrare.


Renata De Lorenzo