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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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L'Italia repubblicana e l'eredità del fascismo

Nicola Tranfaglia

Alessandria, Edizioni dell'Orso, pp. 282, euro 18,08 2001

In questo volume l'autore raccoglie diciannove saggi editi ed inediti scritti tra il 1990 e il 1997, già apparsi su riviste e in introduzioni (come quella agli scritti di Giovanni Pirelli) o discussi in seminari e convegni, raggruppandoli in due distinte sezioni: Aspetti peculiari del cinquantennio repubblicano e Problemi ed eredità del regime fascista. La prima parte si sviluppa attorno a un coerente centro di interesse esplicitato fin dall'inizio nella ?debole? identità nazionale degli italiani: questione che nel lungo periodo aperto dal Risorgimento si coniuga con quella di una carente ?educazione civile del popolo? (p. 13), frutto del carattere aristocratico del processo di unificazione e del susseguente trasformismo della vita politica. La continuità istituzionale garantita dalla monarchia sabauda e la forza conservata dalla chiesa cattolica testimoniano dei limiti che la modernizzazione incontra nel nostro paese, nonostante la forte accelerazione autoritaria che il regime mussoliniano cerca di imprimerle e che è al centro della seconda parte del libro. La crisi verticale vissuta dalla classe dirigente dopo il 1992 viene quindi vista come una ?rivelazione? di queste tare storiche impietosamente messe a nudo dal mutare degli equilibri internazionali e dal conseguente esaurimento di quella ?rendita di posizione? congelata che la collocazione strategica dell'Italia aveva fornito al ceto politico di governo e di opposizione dopo il 1945 e l'avvio della guerra fredda. L'autore è tuttavia molto chiaro nel negare all'intreccio tra politica estera e politica interna il ruolo di un alibi scagionante: la debolezza del sistema politico trae origine anche da scelte conservatrici adottate dalle élite dirigenti nazionali. E peraltro la stessa travagliata transizione messasi in moto dopo il 1989 non è riuscita a cancellare il tratto di fondo di una ?anomalia? italiana. Da questo punto di vista il fascismo, ben lungi dal rappresentare una ?parentesi?, ha agito nel senso di approfondire e radicalizzare tale anomalia: trasformismo, miscuglio di populismo e demagogia, mancata connessione tra interessi e principi costituiscono i tratti dominanti del ventennio. Ribadendo le proprie posizioni, a suo tempo criticate da Arlacchi e Donzelli, l'autore ricollega la perdurante presenza della mafia al deficit di Stato che proviene dalla prolungata soggezione a dominazioni straniere e dal conseguente configurarsi delle classi politiche meridionali come ?ceto di mediatori tra lo Stato centrale e le società locali?. Riprendendo un giudizio di Carocci, il passaggio dal centrismo al centrosinistra è colto come una ripresa del trasformismo in quanto pratica di mediazione clientelare, per sua stessa natura aperta ai fenomeni di corruzione. La tesi del ?doppio Stato?, anch'essa oggetto di accese polemiche, viene quindi riproposta nella veste di ?destabilizzazione minacciata per raggiungere una stabilizzazione chiusa al cambiamento? (p. 154) e applicata ai vari tentativi di alterazione traumatica della costituzione materiale messi in atto a partire dal piano Solo del 1964.


Giovanni Gozzini