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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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L'isola dei cannibali. Siberia, 1933: una storia di orrore all'interno dell'arcipelago del gulag

Nicolas Werth

Milano, Corbaccio, 189 pp., Euro 16,60 (ed. or. Paris, 2006) 2007

La vicenda ricostruita da Werth iniziò nell'aprile 1933 con l'approvazione, su proposta dell'OGPU, di un piano di deportazione di un milione di «elementi socialmente indesiderabili», che avrebbero dovuto colonizzare terre gelate d'inverno e acquitrinose d'estate. Da subito giunsero in Siberia occidentale persone «senza-gambe-né-braccia», inadatte al lavoro, in prevalenza piccoli delinquenti che si diedero a furti e razzie. In queste condizioni valeva la legge burocratica dello scaricabarile. Dal campo di smistamento dell'OGPU di Tomsk fu deciso l'invio verso Nord, lungo il fiume Ob', di un contingente di 5-6.000 «elementi declassati» provenienti da Mosca e Leningrado. Atterriti dall'arrivo di persone in stato di inedia, con scarse riserve alimentari, i comandi locali le dirottarono verso Nazino, un'isola desertica lungo il fiume. Le prime notizie su episodi di cannibalismo si diffusero il 20 maggio, senza suscitare particolari reazioni da parte dei rappresentanti del Partito e dell'OGPU. Voci sulla diffusione della pratica del cannibalismo nel mondo della malavita circolavano da tempo, e le poche decine di casi accertati erano poca cosa rispetto alle dimensioni che il fenomeno aveva assunto nel corso della carestia che colpì Ucraina e Kazachstan. Un primo processò si concluse con l'assoluzione dei deportati accusati di necrofagia, e solo in seguito furono comminate undici condanne a morte. Il clima era cambiato dopo la decisione presa nel settembre da Stalin, informato dell'accaduto dalla relazione di un dirigente comunista locale, di nominare una commissione di inchiesta, il cui rapporto portò alla condanna a lievi pene dei responsabili dell'operazione, accusati di non essersi curati della sorte dei deportati - due terzi dei quali erano morti per l'«isolamento prolungato in ambiente ostile» - e di aver consentito che si scontrassero con la popolazione locale. Le conseguenze politiche furono ben più vaste. In sé secondario, l'episodio dell'isola di Nazino gettò definitivo discredito sul sistema delle colonie di popolamento. Su direttiva di Stalin, le deportazioni di massa cessarono (sarebbero riprese solo a guerra mondiale in corso), e i detenuti furono indirizzati verso il gulag, che assunse un ruolo centrale nel sistema repressivo sovietico.Grazie a una sapiente combinazione della documentazione sugli aspetti locali della vicenda, già pubblicata in Russia, con quella raccolta negli archivi centrali, il lavoro di Werth rende con efficacia i caratteri di eccezionalità ed emblematicità dell'episodio di Nazino. Del primo aspetto non sappiamo quanto vorremmo, data l'assenza di memorie di protagonisti e testimoni che raccontino cosa significhi la rottura del tabù del cannibalismo. A emergere con chiarezza è invece il processo di «decivilizzazione» subito dall'URSS dopo la rivoluzione, e la reazione dei vertici del regime, che, incapaci di riconoscersi nella società che essi stessi avevano creato, evitarono di ricorrere a una «soluzione finale», ma dilatarono la categoria dei «socialmente nocivi» sino a conferire al Terrore un carattere permanente.


Fabio Bettanin