SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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L’Africa italiana. I giudici, le leggi, le pene e la questione della razza

Nicolò Papa

Roma, Aracne, 346 pp., euro 21,00 2009

Il libro prende in esame la storia del diritto coloniale italiano in una prospettiva diacronica molto ampia, ossia dalla fondazione della prima colonia Eritrea fino alla perdita delle colonie. Il saggio si snoda analizzando le soluzioni via via proposte e applicate per una sistemazione giuridica dei possedimenti italiani d’oltremare, focalizzandosi in particolare sulla legislazione e sull’attività dei giudici, tra problemi di certezza del diritto, adattamento della legislazione nazionale al diverso contesto africano, attività creativa della magistratura, individuazione delle pene da applicare ai sudditi.Sono temi che la storiografia medita ormai da oltre un decennio. Il lavoro di Papa è molto attento ai dati legislativi e dottrinali-giurisprudenziali. Una discreta quantità di fonti è messa a disposizione del lettore.L’idea fondamentale dell’a. è che i giudici togati in colonia svolsero una funzione fondamentale per il mantenimento della pace sociale e per la stabilizzazione degli ordinamenti statuali coloniali, operando per senso di fedeltà al diritto e non per fini di mera sottomissione delle popolazioni indigene alla dominazione italiana; e questo anche in epoca fascista, laddove la magistratura non operava «per imporre una visione autoritaria fascista», ma per un futuro dell’Italia in quelle terre (p. 240). Similmente la conclusione vuole valorizzare le vite degli uomini che si spesero per dare giustizia e prestigio alle terre che erano italiane (pp. 333-334). E mi sembra si voglia imputare le guerre nate nel Corno d’Africa in età postcoloniale all’abbandono dell’idea fascista di un’amministrazione unificata, che comportò la nascita di singoli Stati in perenne conflitto, secondo una visione dal mio punto di vista criticabile.Sicuramente il lavoro è frutto di un serio sforzo di ricerca documentaria. Sorprende però vedere come uno studio su un argomento del genere dialoghi poco con la storiografia esistente. A parte Martone, Del Boca e Rochat, che sono citati anche se a volte in modo estemporaneo, bisogna segnalare l’assenza di riferimenti a studi come quelli di Labanca, Barrera, Sorgoni, Gabrielli, Lenci, Locatelli tanto per rimanere nel campo dell’africanistica; o a quelli di Mazzacane, Speciale e altri su giuristi e magistrati italiani in età contemporanea. Sono infatti argomenti che sempre più attirano l’attenzione degli storici. Ne vien fuori l’impressione che a volte l’a. ritenga di muoversi in campi vergini.Altro problema del saggio sul versante metodologico, consiste, a mio avviso, nel tentare di dedurre da fonti interamente italiane (come relazioni di magistrati o articoli scientifici) la ricostruzione della realtà dei rapporti sociali in colonia, laddove sarebbe stato utile sottolineare come tali fonti appartengano al campo delle rappresentazioni. Non mi sembra opportuno, cioè, sostenere, sulla base di testimonianze italiane, che l’Eritrea era «un paese dove la popolazione amava quello che l’Italia stava facendo per loro» (p. 239); gli studi di storia sociale di Giulia Barrera, ad esempio, descrivono una gerarchizzazione razziale forte già in epoca liberale. Si segnala infine una certa trascuratezza nel processo di redazione e revisione, soprattutto delle note.


Olindo De Napoli