SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Non c’è una fine. Trasmettere la memoria di Auschwitz

Piotr M.A. Cywiński

Torino, Bollati Boringhieri, 160 pp., € 15,00 (ed. or. Oświęcim, Państwowe Muzeum Auschwitz-Birkenau, 2012, traduzione di Carlo Greppi) 2017

«Non c’è una fine», afferma Piotr Cywiński. A che cosa? Ad Auschwitz: al concetto, alla storia, alla sua rappresentazione, a ciò che simboleggia. Soprattutto non c’è una fine dopo che si è visitato il più grande complesso di messa a morte in territorio polacco, dove è stato perpetrato l’assassinio di un milione e centomila ebrei europei. Quel luogo, e le memorie dei sopravvissuti, non finiranno, saranno sempre lì – finché resisteranno al tempo –, a ricordare ciò che è successo. Il direttore del sito memoriale di Auschwitz-Birkenau ci offre in queste pagine una riflessione anche autobiografica: per tentare di farci entrare nelle pieghe del proprio lavoro, e fornirci categorie e informazioni utili a comprendere questo sito storico, attraverso i suoi itinerari, le sue riunioni, o semplicemente ciò che egli vede guardando fuori dalla finestra del proprio ufficio. L’a. è soprattutto interessato alle persone: alle storie delle vittime e alla loro singolarità, che rischia di perdersi fra i grandi numeri. Le persone e la loro identità: ecco cosa dovremmo ritenere una volta visitato l’ex campo. Ma Cywiński è anche interessato alla «libertà» dei carnefici dentro il campo e poi, a guerra finita, alla sorte che è toccata loro: impuniti nell’80 per cento dei casi. In ugual modo gli interessano le persone che visitano Auschwitz ogni anno (oltre un milione): egli le osserva e valuta l’effetto che, su molti ragazzi o visitatori, fa la storia del luogo. L’a. è inoltre interessato a come mantenere vivo questo luogo, a come farlo restare intatto. Se restaurare o meno i capelli delle vittime o lasciare che i resti dei pezzetti di ossa delle centinaia di migliaia di ebrei europei trasbordino dal terreno paludoso di Brzezinska e continuino a gridare biblicamente la loro vendetta. La visita ad Auschwitz di studenti e insegnanti così ha senso, se essa diventa una lezione di storia in situ e se lo studio del luogo stesso diviene una delle molte tappe del percorso formativo dei ragazzi che lo guardano oggi. Spesso, una volta terminata la visita, mi sono posta l’interrogativo: come volgere all’oggi la lezione appresa ad Auschwitz-Birkenau? Le parole dell’a. nel suo penultimo capitolo, Memoria consapevolezza responsabilità, aprono appunto all’oggi, tornando all’educazione alla cittadinanza europea. La Shoah, Auschwitz come luogo di messa a morte dell’ebraismo europeo, possono divenire una pagina di storia spartiacque per una riflessione su ciò che accade oggi: ecco la conclusione cui giunge l’a. Ma egli vuole offrirci anche un brandello di quella che potremmo chiamare (secondo le parole di Gabriele Nissim), la «memoria del bene». Aiutando una persona, anche solo una, potremmo cambiare il mondo. È probabilmente questo, alla fine, il messaggio morale più importante del libro, ovvero il motivo per cui «non c’è una fine» ad Auschwitz. Soprattutto non c’è una fine al gesto di opporsi all’essenza delle dittature nazionalsocialista e fascista: salvando, oltre alla memoria, una vita e quindi il mondo intero.


Alessandra Fontanesi