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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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«Non dovrà essere un’altra Yalta». L’Ostpolitik italiana degli anni Sessanta e la ricerca di un nuovo ordine europeo

Sara Tavani

Milano, Wolters Kluwer/CEDAM, 168 pp., € 22,00 2017

L’auspicio di Moro citato nel titolo fu esaudito: nonostante allarmismi e anatemi che l’avevano preceduto, l’Atto finale di Helsinki non fu una nuova Jalta. Una parte di merito per questo esito spetta a quella che l’a. definisce l’Ostpolitik italiana, avviata sin dagli anni ’50, quando l’Italia rispose alle aperture dell’Urss poststaliniana svolgendo «un ruolo di mediazione, facendosi portavoce, oltre che dell’interesse nazionale, anche di quello europeo» (p. 9). I risultati sul piano economico e culturale furono profondi e duraturi. Dare a essi un contenuto politico si rivelò impresa più complessa. Scrive l’a. che negli anni ’60 «i vertici politici, pur numerosi […], vennero visti ancora con circospezione e organizzati con prudenza» (p. 110). Per evitare il rischio di fratture con gli alleati, l’Italia rinunciò a vantaggiosi contratti economici con Mosca (p. 49). La volontà di non favorire il Pci aggiunse una motivazione ulteriore alla cautela nelle aperture. D’altro canto, queste contavano sulla continuazione del processo riformista avviato da Chruščëv e la sua estensione al blocco socialista. Il corso degli eventi smentì le previsioni di una meccanica corrispondenza fra destalinizzazione e desatellizzazione. Dall’ampia e accurata ricerca dell’a. emergono il respiro assunto dalle relazioni bilaterali con i paesi socialisti, ma anche una certa difficoltà della nostra diplomazia a cogliere il processo di involuzione conservatrice di quei regimi a partire dalla metà degli anni ’60. Con l’eccezione dell’Ungheria e della Cecoslovacchia di Dubček, il consolidamento dei rapporti economici con i paesi occidentali fu utilizzato per evitare le riforme, non per avviarle. Scrive in merito l’a. che «pur raffreddando molti entusiasmi, la crisi cecoslovacca del 1968 non costituì una smentita, ma al contrario una conferma delle premesse su cui si basava l’Ostpolitik italiana». Più che un dato oggettivo, il giudizio riflette la volontà della diplomazia italiana di puntare ancora a una «trasformazione cauta e graduale dei rapporti inter-europei» (p. 140), nonostante l’invasione avesse mostrato l’incapacità dei paesi occidentali, partiti comunisti compresi, di difendere l’ultimo progetto riformista del blocco socialista. L’esperienza e il capitale di credibilità politica accumulati dagli anni ’50 permisero all’Italia di essere uno degli attori principali della fase di trattative che avrebbero portato agli accordi di Helsinki. Ma l’enunciazione della «dottrina Brežnev» aveva cambiato i punti di riferimento: «per poter approdare a un nuovo ordine europeo» (p. 140) bisognava tenere conto degli orientamenti del Cremlino, per provare a trasformarli nel lungo periodo. L’Italia degli anni ’70 – per i limiti delle sue risorse economiche, per il difficile momento politico interno, per le tradizioni di una diplomazia aliena da iniziative a effetto, inappropriate per una piccola-media potenza – non sempre seppe e poté mantenere il ruolo di battistrada e di protagonista centrale della lunga e tormentata fase della Ostpolitik che avrebbe portato alla fine della guerra fredda.


Fabio Bettanin