SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La prova della razza. Cultura giuridica e razzismo in Italia negli anni Trenta

Olindo De Napoli

Firenze, Le Monnier, XIV-277 pp., euro 21,00 2009

Il settantesimo anniversario della promulgazione delle leggi antiebraiche fasciste ha stimolato, come già in passato, l’uscita di un consistente numero di studi, dedicati ad illuminare ulteriormente la stagione razzista del regime. Se, dopo una vivace fase vissuta in anni recenti dalla storiografia italiana su questi temi, pochi aspetti rimangono ancora in ombra, un filone sicuramente innovativo è rappresentato dall’indagine dei risvolti giuridico-giurisprudenziali della persecuzione razzial-antisemita. È in questo quadro che si inserisce il solido e documentato lavoro dell’a., dedicato all’analisi del rapporto tra cultura giuridica e razzismo nell’Italia degli anni ’30. Il volume accosta - non senza suscitare problemi, come avverte lo stesso a. nell’introduzione (p. XI) - fenomeni complementari, ma anche assai diversi, come il razzismo coloniale e l’antisemitismo, prendendo in esame la cultura giuridica dell’epoca, non solo per ciò che essa positivamente dispose in tema di razza, ma anche in quanto «rappresentazione, descrizione, fenomeno letterario […] costruttore di un immaginario sociale» (p. XII) di cui i giuristi furono parte integrante, tanto come artefici quanto come fruitori.Convincente e dettagliata è la riproposizione che l’a. fornisce del lungo rapporto tra cultura giuridica nazionale e razzismo coloniale, che si snodò per oltre un trentennio risultando fortemente influenzato dalla coeva cultura giuridica francese sul tema. Si trattò di un dibattito che condusse, ben prima del 1938, alla razzializzazione della cittadinanza: la definizione giuridica della sudditanza dei coloni su base esplicitamente razziale fu infatti introdotta nel diritto positivo fascista nel 1933, con la legge n. 999 riguardante l’ordinamento di Eritrea e Somalia. La successiva legge organica per l’Impero del giugno 1936 avrebbe poi reso più stringenti, specie relativamente allo status dei meticci, le precedenti disposizioni. La creazione dell’Impero avrebbe dunque rappresentato una chiara svolta politico-ideologica e normativa in tema di razzismo. Dai dibattiti riportati dall’a. emerge inoltre chiaramente come rispetto al successivo discorso antiebraico, permeato di elementi cosiddetti «spiritualistici» e culturali, il discorso giuridico razzista fascista (e prefascista) verso i neri nacque, si sviluppò e rimase nel corso degli anni «meramente biologico» (p. 79).Nel passaggio dal razzismo coloniale all’antisemitismo i giuristi furono quindi concordi nel trovarne l’ispirazione primaria nell’ideologia fascista dell’Impero, sebbene il contributo dell’a. non aiuti sino in fondo a chiarire se si trattò di una riflessione realmente autonoma oppure forzata dalla pressione delle decisioni governative. Notevole e convincente è invece il contributo in merito al problema del cosiddetto razzismo «spirituale», sviluppatosi dopo il 1938 come progetto ideologico-propagandista fascista in opposizione al modello biologista nazista. In tal senso, le numerose discussioni sviluppatesi in seno ai giuristi mostrano come nelle loro riflessioni tale categoria trovò una precisa sistematizzazione e insieme una convinta adesione.


Ilaria Pavan