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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Donne d'onore. Storie di mafia al femminile

Ombretta Ingrascì

Prefazione di Renate Siebert, Milano, Bruno Mondadori, XXII-200 pp., Euro 18,00 2007

Come avverte Siebert nella Prefazione, di recente due fenomeni hanno dato trasparenza alla situazione delle donne nel mondo mafioso: il pentitismo con le connesse possibilità di scegliere tra diverse lealtà, e i processi sociali generali di emancipazione femminile. Nelle turbolenze dell'espansione mafiosa contemporanea, secondo le ricche fonti pubblicistiche e giudiziarie di cui dà conto anche questo agile percorso tra Sicilia e Calabria sotto il profilo della visibilità femminile, si può dire che il fenomeno confermi la sua natura adattiva nel lasciare alle donne crescenti spazi nella gestione economica e nella stessa delega di potere, a fronte della forte assenza maschile per carcerazioni e latitanze. Nonostante la perdurante esclusione dall'affiliazione e il carattere strumentale e temporaneo delle deleghe alle donne di famiglia, gli spazi da queste occupati segnano uno scarto netto rispetto a un passato di esclusione dalla rete «stretta». L'evoluzione si riflette anche a livello giudiziario, con il relativo superamento della differenziazione di genere nel trattamento processuale e dunque l'inclusione delle donne almeno nel concorso esterno del 416 bis, mentre intanto l'estendersi della collaborazione incrina la regola del silenzio e apre alle donne le strategie di scelta del caso. Il rilevante spaccato della complessità mafiosa recente, che l'a. organizza secondo la prospettiva donne d'onore, si muove tra alcuni riferimenti teorici all'ambiguità della condizione femminile in una mafia al canonico confine tra tradizione e modernità (letta come pseudo-emancipazione), l'ampio uso della letteratura che valorizza la crescente visibilità femminile, infine il proprio originale contributo di ricerca attraverso alcune interviste a collaboratori di giustizia. Quella a Rosa N. conquista uno spazio privilegiato grazie al particolare «colloquio tra donne» che si è stabilito tra la giovane ricercatrice e la «ndranghetista» pentita. Buona eccezione che conferma la regola di una pseudo-emancipazione femminile (dove la tensione tra sfera esterna/moderna e interna/tradizionale resta irrisolta), il vissuto di Rosa N. dimostra tra l'altro che le scelte individuali possono produrre un'effettiva rottura, e l'identità personale risultare più forte di quella familiare-mafiosa. La regola resta quella di una subordinazione femminile che, più visibilmente che in passato, condivide onori ed oneri con il potere mafioso-maschile. «Se lui fosse morto avrei avuto più onore», dichiara la moglie arrabbiata di un pentito (p. 142): frase chiave di un onore femminile come risorsa quantificabile nella competizione sociale, che aprirebbe possibilità comparative con la già lunga storia dell'onore camorrista/mafioso e con altre accezioni anche più risalenti nelle strategie sessuali-familiari delle donne. Alle poche eccezioni à la Rosa N. può riportare il riferimento, alquanto incerto, ad una vittimizzazione della condizione femminile nella vita di mafia versus la partecipazione al potere maschile. A venire in evidenza è piuttosto la complementarietà, a partire dalla stessa tradizionale divisione dei ruoli, che lascia alla madre la trasmissione ai figli dei principi mafiosi.


Marcella Marmo