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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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L’avvocato delle autonomie. Annibale Gilardoni tra antifascismo e cattolicesimo democratico. Con il carteggio inedito tra Gilardoni e Luigi Sturzo, introduzione di Francesco Malgeri

Oscar Gaspari

Roma, Donzelli, XVI-238 pp., euro 25,00 2008

Nella «Collana di studi e ricerche» della Scuola superiore della pubblica amministrazione locale il volume si colloca in equilibrio tra il profilo biografico di Gilardoni e l’interessante carteggio con Sturzo. L’insieme fornisce uno spaccato utile e per molti versi originale della vita amministrativa e delle dinamiche tra centro e periferia nella prima parte del secolo scorso. L’a. ricostruisce con efficacia un percorso individuale come filo di una narrazione che tocca molti temi della storia dell’Italia post-unitaria.Gilardoni è il fulcro nella sua duplice veste: segretario dell’Unione delle province italiane (dal 1908), partecipe della nascita del Partito popolare nel 1919. Il suo non è un percorso tipico o esemplare: la scelta del partito non è preceduta da esperienze di militanza o coinvolgimento nelle diverse forme dell’associazionismo cattolico di base o della prima Dc. Questo è il dato più significativo che sia Malgeri nella sua introduzione, sia l’a. nei primi tre capitoli affrontano con dovizia di informazioni. L’ingresso nel Partito viene da un’esperienza in ambito locale, dagli studi sulle riforme amministrative e tributarie, dall’impegno nella direzione del periodico «Rivista delle province». Ricoprì ruoli e funzioni all’interno del nuovo gruppo dirigente: deputato nel 1924 e collaboratore dello stesso Sturzo in materia economica e finanziaria. Un tecnico impegnato e schierato, sensibile alla dimensione locale e quindi all’architettura istituzionale di un fragile sistema democratico. La sintesi nelle parole dell’a.: «avvocato di successo e docente universitario, è stato un protagonista di primo piano della storia del movimento per le autonomie locali e di quella del partito popolare» (p. 133). Su questo terreno il suo incontro con Sturzo, cresciuto attorno a comuni sensibilità politiche e culturali e protrattosi in un lungo carteggio (dal 1916 al 1946), opportunamente riprodotto in appendice e conservato presso l’Istituto Sturzo. Spunti interessanti nelle missive, dove il punto di convergenza più forte riguarda il comune sentire di fronte all’emergere del pericolo fascista. Solo come esempio ciò che Gilardoni scrive allarmato al suo interlocutore il 12 dicembre 1924: «Stasera eravamo a questo: 1. Orimpasto o crisi. 2. Adunate dei fascisti estremisti per fare il colpo grosso. Mussolini ha proibito tale adunata di deputati estremisti. Questa è la nostra sorte. Nonostante il mio convincimento […] l’imprevisto mai ha assunto come oggi carattere speciale determinante» (p. 161). Centrali i richiami alle trasformazioni del regime nel biennio 1924-1925. Il giudizio sul Concordato del 1929 è critico e motivato: «grave errore politico», «vera offesa al popolo italiano» (p. 212). Sturzo rimane un punto di riferimento «un gigante, un profeta, un santo della politica, più assai di ieri» (p. 213). Le pagine sul secondo dopoguerra ricostruiscono l’impegno negli esordi della Dc romana: collaboratore di De Gasperi, deluso e amareggiato per la mancata candidatura nell’Assemblea costituente, muore il 20 luglio 1948.


Umberto Gentiloni Silveri