SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Gaetano Salvemini e Gioacchino Volpe dalla storia medievale alla storia contemporanea,

Paola Cavina, Lorenzo Grilli

Pisa, Edizioni della Normale, 278 pp., euro 20,00 2008

Da Plutarco in avanti, le «vite parallele» sono un genere storiografico rischioso: nel tracciarle, l’autore finisce talora per restare prigioniero del parallelismo che cerca di delineare e quindi di forzare in qualche modo le biografie dei suoi personaggi. Gli aa. di questo volume si mostrano consapevoli di un tale pericolo («la molta distanza di tempo non deve rendere ora coincidente ciò che fu solo parallelo», p. 5), ciò non pertanto ritengono utile impostare in guisa di «percorso parallelo» la biografia intellettuale di due grandi della storiografia italiana della prima metà del ’900 come Volpe e Salvemini. Comuni l’appartenenza iniziale alla cosiddetta scuola economico-giuridica, il discepolato con due maestri del metodo storico (Volpe con Crivellucci, Salvemini con Villari), l’interesse per la storia del comune medievale, ma anche l’interpretazione polemica del Medioevo comunale emerso nella storiografia risorgimentale; comune l’approccio classista a tale storia; comune il passaggio progressivo dalla storiografia medievale a quella moderna e soprattutto a quella storia dell’Italia contemporanea che - durante e dopo la prima guerra mondiale - si imponeva come un grande esame di coscienza a intellettuali che, come i due storici, erano stati interventisti e avevano partecipato, pur in modi diversi, allo sforzo bellico; comune l’approdo a un modello di storia che i due aa. definiscono «corale». La trattazione è condotta con grande attenzione e si vale di una bibliografia vastissima; lo stile narrativo è nervoso e, spesso, avvincente. Eppure, a lettura ultimata, si resta nel dubbio che in questo protratto parallelismo non poche peculiarità delle due personalità in qualche modo svaporino: la scuola pisana e quella fiorentina non erano per molti aspetti diverse? È privo di significato che Volpe - a differenza di Salvemini - sia stato uno dei pochi giovani intellettuali degli anni ’90 a non essere socialista, anzi a essere decisamente anti-socialista? Il sociologismo salveminiano del primo ’900 non è indirettamente messo in discussione proprio da Volpe nelle sue polemiche contro Caggese e Arias fra il 1904 e il 1908? Il passaggio di Salvemini alla storia moderna e contemporanea non è molto più precoce di quello di Volpe (dal 1899 si può dire)? Del suo passaggio dalla «classe sociale» alla «classe politica» non v’è già traccia nel saggio del 1902 su Bartolo di Sassoferrato? Il problema fondamentale di Volpe medievista e poi modernista e contemporaneista non è quello dell’origine e dello svolgimento della «nazione italiana»? Lo «stile storiografico» salveminiano, così secco e lineare, fin quasi privo di chiaroscuro, non è diversissimo da quello di Volpe, turgido, affannoso, pieno di immagini biologiche e naturalistiche? E il diversissimo sfondo politico dei loro percorsi è proprio così ininfluente sulla qualità dei loro problemi storiografici? Domande che restano - lo ripeto - anche dopo la lettura di un volume di indubbia qualità.


Roberto Pertici