SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Il fascismo a Livorno. Dalla nascita alla prima amministrazione podestarile

Paola Ceccotti

Empoli, Ibiskos editrice, 308 pp., euro 15,00 2006

Questo libro, nato da una tesi di laurea, si inserisce in un filone di studi rilevante nella storiografia italiana come quello della storia locale del fascismo, e in particolare del periodo delle origini. L'autrice però compie la scelta particolare, e non completamente convincente, di studiare le vicende politico amministrative di Livorno dal dopoguerra fino ai primi anni '30. Il testo si divide in due parti: la prima rintraccia la storia delle origini, la seconda quella dell'amministrazione podestarile di Livorno negli anni iniziali del fascismo, un periodo cronologico che coincide con l'amministrazione di Marco Tonci Ottieri della Ciaja e che definisce il termine finale della ricerca. Il comune di Livorno si caratterizza negli anni del primo dopoguerra per una forte conflittualità sociale e per l'ampio credito di cui gode il partito socialista in questa, che è una delle principali città industriali e portuali della Toscana. In questo contesto l'autrice, attraverso una ricerca compiuta negli archivi locali, ricostruisce i principali passaggi politici e gli scontri che animano la zona all'indomani della nascita del fascio di combattimento locale. La conflittualità raggiunge il punto di svolta nell'estate del 1922, prima ancora dello sciopero legalitario, quando l'amministrazione locale è costretta alle dimissioni, cosa che non evita il dilagare di una violenza che non conosce precedenti al principio di agosto. La parte più interessante e originale del volume però riguarda il primo anno del regime e il disordine che ne segue, oltre che la costruzione di poli di potere fascista ? in particolare la cooperativa portuale «Benito Mussolini» presieduta da Ciano ? in relazione con l'avvenuta conquista del comune. L'autrice fa i conti con gli effetti dell'ordinamento repressivo realizzato a livello nazionale da De Bono, che trova espressione nel primo voto dopo la marcia su Roma, quando più di 800 persone vengono escluse dal voto per motivi politici e la grande maggioranza evita di votare per timore di violenze. La violenza del primo anno viene letta, in parallelo con l'interpretazione di De Felice, dentro la crisi del fascio locale, e come una espressione di questa crisi, quando invece sembra che ? anche da quanto emerge in questo studio ? le cose potrebbero anche essere interpretate in maniera diversa e facendo i conti maggiormente con gli effetti di repressione di molte di queste pratiche. La seconda parte però è complessivamente la meno convincente del volume perché, in parallelo con i documenti conservati, l'autrice passa da un'attenzione alla politica cittadina, ad un'attenzione all'intervento edilizio sulla città. In questo modo il lettore rimane in qualche modo sospeso dentro un racconto che non ha continuità e che non fornisce spiegazioni delle trasformazioni né di come i gruppi politici perdenti si riorganizzino o riescano a sopravvivere al regime. Non si può non segnalare inoltre che la bibliografia di riferimento è piuttosto debole, e che questo è un ostacolo non solo per il lettore, ma soprattutto per lo spessore interpretativo del testo.


Giulia Albanese