SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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L'élite incompiuta. La classe dirigente politico-amministrativa negli anni della Destra storica (1861-1876)

Paolo Allegrezza

Milano, Giuffrè, XXXV-262 pp., Euro 28,00 2007

Il volume, accolto nella collana diretta da Andrea Romano e pubblicata dal Dipartimento di Storia e comparazione degli ordinamenti giuridici e politici dell'Università di Messina, si propone di tracciare un profilo dei rapporti fra politica e amministrazione nel primo quindicennio unitario, focalizzandosi sui percorsi porosi di 64 figure emblematiche di consiglieri di Stato, segretari generali e prefetti, individuati all'interno di un più ampio campione di 686 funzionari della burocrazia centrale e periferica. Nei primi due capitoli, Allegrezza, dottore di ricerca in Storia costituzionale e amministrativa dell'età contemporanea e autore di studi su tali tematiche che spaziano dal XVII secolo al tempo presente, ricostruisce la geografia e le traiettorie del nuovo corpo amministrativo nazionale fra eredità di antico regime, tradizione sabauda e militanza risorgimentale, insistendo sulla «necessitata» subordinazione alla politica che caratterizza le élites amministrative italiane rispetto alle coeve esperienze europee in seguito al ruolo fondamentale svolto nella costruzione dello Stato nazionale. Nel terzo e nel quarto capitolo, questa peculiarità è illustrata attraverso l'analisi dei rapporti fra i grands commis e i principali leader che si alternano alla Presidenza del Consiglio fra 1861 e 1876 nonché tramite la descrizione dei «caratteri originali» del Consiglio di Stato che, diviso fra funzioni consultive e giurisdizionali, è giudicato incapace, a seguito della nomina prevalentemente partitica dei suoi membri, di rappresentare un corpo indipendente e autorevole nei confronti del potere politico. In particolare, l'a. delinea due modelli di relazione fra leadership politica e alti funzionari: quello cavouriano basato sulla fedeltà personale nei confronti del capo dell'esecutivo, che si perpetua, seppure tramite declinazioni maggiormente regionaliste e amicali, nelle esperienze governative di Bettino Ricasoli, Urbano Rattazzi e Giovanni Lanza; quello minghettiano che, pur fondandosi sulla compenetrazione fra sfera politica e amministrativa, riserva un maggiore spazio di autonomia ai grandi burocrati a partire dal riconoscimento delle loro qualità tecniche e dalla promozione di carriere parzialmente slegate dalle maggioranze parlamentari.Nel suo complesso, tuttavia, il volume, non privo nella prima parte di sviste ed errori, procede prevalentemente per giustapposizione di medaglioni che, pur ricchi di informazioni prosopografiche, non si traducono in un'autentica biografia collettiva dell'élite amministrativa del periodo che precede la «rivoluzione parlamentare». La commistione fra politica e amministrazione è continuamente enunciata più che tematizzata e analizzata, delineando un quadro che fornisce limitati apporti originali alla conoscenza dell'alta burocrazia postunitaria e ripropone un approccio storiografico che rimarca le mancanze rispetto ad archetipi idealtipici anziché indagare le dinamiche fluide e complesse del contesto degli attori storici presi in considerazione.


Gian Luca Fruci