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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Il Pci e l’Africa indipendente. Apogeo e crisi di un’utopia socialista (1956-1989)

Paolo Borruso

prefazione di Anna Maria Gentili, Firenze, Le Monnier, X-310 pp., euro 22,40 2009

Una ricerca sul Partito comunista italiano non è una novità. La novità di questo studio è di avere spostato l’attenzione dalle schermaglie tra i partiti nell’Italia repubblicana e dalla questione del rapporto tra il Pci e l’Unione Sovietica, alla questione più generale della politica estera del Pci. Il risultato che emerge da questa ricerca è che i comunisti italiani hanno dato vita a una sorta di diplomazia parallela, fatta di riconoscimenti di nazioni e di movimenti di liberazione e di aiuti più tecnici che economici, che appare quanto mai incisiva nei rapporti con i movimenti di liberazione africani. Tali rapporti sono indagati negli archivi del Pci e nelle sue pubblicazioni ufficiali, prima fra tutte la rivista «Rinascita». La tesi dell’a. è che il Pci avrebbe compreso in grande anticipo la portata dei movimenti di liberazione, da quello algerino a quelli di Angola e Mozambico. Già nei primi anni ’60 Togliatti aveva infatti teorizzato il «policentrismo» del movimento comunista. Il Pci si sarebbe poi progressivamente emancipato dalla tutela di Mosca negli anni ’70 con Berlinguer, che arrivò a concepire una possibile «terza via» nelle relazioni internazionali i cui attori sarebbero stati l’Europa occidentale e il Terzo mondo, protagonisti di un tentativo di riforma dell’ordine economico internazionale. In una delle poche annotazioni di carattere personale Borruso sembra rammaricarsi del fatto che il principale partito della sinistra italiana, ma in fondo l’Italia tutta, non abbia saputo mettere a frutto quel patrimonio di credito che aveva raccolto in alcune nazioni africane.Il libro costituisce un lavoro pionieristico che solleva domande rilevanti e allo stesso tempo può soffrire di alcune debolezze metodologiche. La ricostruzione della politica del Pci nei confronti di movimenti di liberazione o di paesi africani ormai indipendenti è affidata ad articoli su «Rinascita» o ai rapporti di missione di funzionari del Pci. Queste fonti sono però non di rado superficiali e contraddittorie, anche perché gli estensori hanno ruoli e capacità analitica differenti. Il libro corre il rischio di apparire una sommatoria di lunghi saggi che riguardano il continente africano, più che una ricerca organica con una tesi in grado di tenere insieme casi non molto omogenei. I legami tra la vicenda algerina, quella delle ex colonie portoghesi e quella del Corno d’Africa sono enunciati all’inizio, ma non si chiariscono a sufficienza nel corso del testo. E le domande che restano aperte sono utili e importanti: quale fu, a parte preziosi consigli, il contributo concreto offerto dai comunisti italiani ai nuovi governi indipendenti africani? A volte sembra che il ruolo maggiore del Pci sia stato quello di porsi come mediatore tra tali governi e quello italiano. È vero che, come scritto, il Pci costituiva un punto di riferimento per il suo essere un partito rivoluzionario in terra cristiana? E se questo è vero, la domanda cui l’a. dà solo una parziale risposta riguarda quale fosse, fatto salvo il generico supporto alla causa della rivoluzione sociale, il modello di modernità di cui il Pci si faceva portatore in Africa.


Giuliano Garavini