SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Il riformismo e il suo rovescio. Saggio di politica e storia

Paolo Favilli

Milano, FrancoAngeli, 208 pp., euro 20,00 2009

Negli anni ’80 il dibattito sul riformismo entrò nell’agenda politica italiana. Nel decennio successivo qualificò l’identità della maggioranza della sinistra (oltre che il linguaggio di gran parte del centro destra). Favilli ha analizzato il profilo politico e culturale della sinistra degli ultimi trent’anni. Il «neoriformismo», il principale oggetto dell’analisi e della critica, è l’espressione più significativa di questo processo: si tratta di una rottura radicale quanto travolgente con le radici del movimento socialista iniziata negli anni ’80. La premessa, per l’a., è che il socialismo era indissolubilmente legato alla storia del capitalismo quanto inseparabile dalla vicenda del marxismo. Era questo il punto di riferimento essenziale per il socialismo quanto per il comunismo. La socialdemocrazia europea, dalla Seconda Internazionale fino agli anni ’80 del ’900, da Saragat a Bad Godesberg, da Turati a Jaurès fino alla Bernstein-Debatte, era tutta dentro la storia del marxismo e aveva prodotto una teoria gradualista e riformista. Il neoriformismo, respingendone del tutto i principi, nasceva in netta discontinuità con l’intera eredità socialista. Nelle concezioni di Giddens o di Salvati era conclusa l’epoca del compromesso socialdemocratico. La società era cambiata per sempre e anche la funzione della sinistra: la morte del comunismo era anche la morte del socialismo e la fine di ogni legame con questa tradizione. Il neoriformismo si saldò con il liberismo individuando nuovi parametri che escludevano qualunque teoria critica del capitalismo. Già negli anni ’80 l’analisi e la proposta di politica economica di gran parte della sinistra valorizzarono il capitalismo (anche in settori ampi del Pci), ma senza riconoscere gli automatismi del mercato come verità assoluta. Fu il craxismo, secondo l’a., a realizzare una prima rottura, superando il pensiero critico del socialismo con un progetto di mutamento della società (che avrebbe trovato in Berlusconi un erede) e lanciando il modello dell’«imprenditore politico». Il neoriformismo fu però un prodotto della crisi del sistema, tra il ’92 e il ’94, promuovendo un «nuovo paradigma» che per intellettuali come Giuseppe Vacca fu il vero passaggio per il movimento socialista: prima la visione nazionale, poi quella dell’interesse comune europeo ora la rivoluzione liberale. Anche per molti che ancora negli anni ottanta interpretavano il riformismo all’interno del socialismo, si ribaltò del tutto la prospettiva analitica. Non c’era spazio per la teoria critica del capitalismo: la rivoluzione liberale, per Favilli, fu una massiccia adesione al post modernismo come dominante culturale, una rinuncia al «modello della profondità», all’analisi strutturata dei processi di produzione. C’è quindi un giudizio tutto politico nelle conclusioni e Favilli lo rivendica: è la differenza tra la cultura politica subordinata del neoriformismo e quella dei critici del capitalismo, una differenza profonda e netta che segnerà il sistema di rapporti alla base di una nuova sinistra.


Carmine Pinto