SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Mitologie giuridiche della modernità

Paolo Grossi

Milano, Giuffrè, pp. 124, euro 9,30 2001

L'autore presenta quest'opera come un ?libretto? e, trattandosi di un agile volume dedicato ad un vasto pubblico (in particolare agli studenti di giurisprudenza) non ha torto: si legge tutto d'un fiato nei tre saggi che contengono interventi pronunciati in diverse occasioni tra il 1998 e il 2000 sul rapporto tra legge e giustizia, sulle mitologie giuridiche della modernità e sui codici. In realtà si tratta di un unico discorso che può essere definito non come ?libretto? e nemmeno come ?libellus?, ma come una specie di ?consilium sapientis?, un parere scientifico e un'orazione ?pro veritate? sulla crisi attuale del diritto e della scienza giuridica. Solo uno storico del diritto come Grossi al culmine della sua maturità poteva far risuonare la sua voce con tanto ardore e tanta capacità di sintesi. Il lettore che vuole approfondire questi temi deve certamente riprendere in mano le opere precedenti dell'autore, in particolare sull'ordine giuridico medievale e sull'assolutismo giuridico, ma trova qui condensato e in qualche modo amplificato il suo messaggio: l'aridità della scienza giuridica dominante, nella sua visione positivista della legge, come espressione dell'autorità e del potere; l'utilità dello storico del diritto e del comparatista per spezzare questo circolo chiuso e per recuperare la dimensione ?sapienziale? e ?ordinamentale? del diritto. Il percorso è quello che Grossi ha approfondito nelle sue opere precedenti: il recupero del rapporto tra legge e diritto frutto della tradizione medievale (sintetizzato nelle definizione della legge di Tommaso d'Aquino ?un ordinamento della ragione rivolto al bene comune proclamato da colui che ha il governo di una comunità?); la presa di coscienza delle profonde modificazioni non soltanto tecniche intervenute con l'ascesa dello Stato moderno e con il nuovo rapporto di dipendenza a senso unico della legge dalla sovranità del principe; il dominio della legge statuale sostenuta dall'ideologia giusnaturalistica e illuministica sino alla sua maturazione nel Codice Napoleonico del 1804, codice che ha dominato, come realtà e come mito, tutta la scienza della legislazione e la scienza giuridica europea sino ai nostri giorni, salvo incrinature che soltanto i più consapevoli pensatori e giuristi sono riusciti a percepire. Per togliere al diritto tradizionale il suo ?ripugnante smalto potestativo e autoritario?, scrive Grossi, occorrono occhiali che colgano anche ?l'interpretazione [?] come vita della norma nel tempo e nello spazio, carnalità della norma in quanto esercizio, prassi, uso?, e ?la comunità degli utenti in funzione non meramente passiva?, che ?siano disposti ad ammettere non solo un protagonista monocratico ma una pluralità folta di soggetti? (p. 73). Lo sguardo sul presente è quindi problematico ma non pessimistico, non privo di una certa nostalgia per un passato ormai tramontato ma proiettato nel futuro: qualsiasi sia la nostra personale sensibilità non si può non concordare sulla crisi del diritto e della giustizia e sulla necessità di indossare questi nuovi ?occhiali? per i quali la collaborazione tra storici e giuristi è essenziale.


Paolo Prodi