SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Il liberalismo di Luigi Einaudi o del Buongoverno,

Paolo Silvestri

Soveria Mannelli, Rubbettino, 331 pp., euro 20,00 2008

Nel 60° anniversario dell’elezione di Luigi Einaudi a presidente della Repubblica diversi studi ne hanno ripercorso il percorso etico e intellettuale nell’Italia del ’900. Il libro di Paolo Silvestri segna da questo punto di vista un’importante tappa nell’approfondimento e nell’interpretazione del liberale piemontese, avviati da una più giovane generazione di studiosi a partire dal 2006 col pregevole libro di Alberto Giordano sul pensiero politico.Silvestri, filosofo del diritto che al liberalismo ha dedicato finora le proprie energie, ha inteso ricostruire, attraverso una densa analisi e un costante confronto con il pensiero liberale nel suo divenire storico, l’«ordito» e la «trama» (sono le due parti che compongono il volume) del contributo einaudiano al liberalismo novecentesco, affrontando con intelligenza il rapporto tra scienza ed etica, tra scienza e visione del mondo, particolarmente problematico nel caso dell’economista che alla vigilia della seconda guerra mondiale si interrogò sul rapporto «tra scienza “pura” e predica “appassionata”» (pp. 87 ss.), senza sciogliere interamente la questione, ma nel contempo esibendo i fondamenti antropologici del suo pensare e del suo operare.Il libro di Silvestri costituisce un’intelligente e approfondita riflessione sul liberalismo del «predicatore» che tanta funzione ebbe nella formazione dell’opinione pubblica del primo ’900. Il centro del pensiero einaudiano è individuato nella rielaborazione, di fronte alle sfide del XX secolo, dell’antico mito del buongoverno (Il Buongoverno fu il titolo della raccolta laterziana dei suoi scritti del 1954 curata da Ernesto Rossi). È nutrito dalla lotta, cioè dalla varietà e dalla diversità, nella duplice manifestazione della concorrenza e della discussione, ma è più in generale espressione della libertà dell’uomo e della capacità di governo di sé. Di fronte alle «sfide della sua epoca» (p. 297) - l’affermazione della società di massa con il portato dei totalitarismi che nel caso italiano si sostanziò con la costruzione del prototipo dei fascismi - Einaudi è condotto non solo ad approfondire la propria riflessione, ma a definire il liberalismo come teoria del limite e del punto critico. L’orizzonte era saldamente fissato nella società ottocentesca che precedette la prima industrializzazione italiana. Da questi fondamenti derivarono sia l’iniziale avversione-incomprensione della società di massa sia, sperimentatala sub specie del fascismo con l’incentivo che ne risultò alle paventate prospettive collettiviste, il decisivo contributo (si potrebbe dire, anche in riferimento al dibattito tra i due su liberalismo e liberismo, specularmente al Croce della religione della libertà) alla definizione liberale della democrazia.Il mito del buongoverno è declinato in Einaudi come «figura sintetico-allusiva, che però, a ben vedere, non si sottrae allo statuto di teoria» (p. 301). Il non venire costretto entro «un sistema logico-categoriale, chiuso e perfetto» è un segno «del suo spirito autenticamente liberale» (p. 304). Ne deriva, conclude Silvestri, «un’eredità di incommensurabile valore»: l’avere «additato le ragioni antropologiche del liberalismo» (p. 305).


Paolo Soddu