SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Risorse

Partigiani in borghese. Unità Popolare nell’Italia del dopoguerra

Roberto Colozza

Milano, FrancoAngeli, 243 pp., € 28,00 2015

«Figlia dell’eclettismo azionista, Up si sentiva liberale, ma non era anticomunista» (p. 89). Così sono condensati il senso e le aporie di un’esperienza, quella di Unità Popo- lare, che si costituì in quanto cartello elettorale nel 1953, sull’onda dei dibattiti infuocati per la «legge truffa», ma che, seguendo le tradizioni giellista e azionista, si convertì in labo- ratorio di culture politiche e al contempo in osservatorio delle realtà sociali e culturali ita- liane, europee e globali, degli anni ’50. Sullo sfondo si avvertono gli echi delle polemiche che hanno lacerato il dibattito pubblico intorno alla cultura azionista negli anni ’90. Gli elementi di critica alla tradizione azionista – di cui spesso l’a. condivide le ragioni – sono però stemperati nelle esigenze più pacate e articolate della ricostruzione storica. Al centro di questo libro, ben documentato e argomentato con vivacità, stanno dunque le diversificate culture e sensibilità politiche, le reti di rapporti degli intellettuali engagé e le loro modalità di organizzazione a livello sia locale sia transnazionale. Il primo e l’ultimo capitolo sono dedicati all’analisi delle vicende politiche e partitiche di Up (con particolare riferimento agli sforzi di ricomposizione del frammentato mondo socialista, repubblicano e liberal-democratico), il secondo e il terzo capitolo sono concentrati sul contributo al dibattito per la modernizzazione italiana da parte dei principali militanti di Up, in un paese sospeso tra gli strascichi di violenti conflitti politici e i prodromi di epocali trasformazioni socio-economiche. L’a. interpreta Up per lo più come «una riedizione» azionista (p. 13), facendo pre- valere le linee di continuità con la cultura resistenziale sui momenti di rottura, pur senza sottovalutare la novità postbellica del contesto democratico repubblicano. L’antifascismo è perciò inteso come «il minimo comun denominatore» (p. 14), che legittimava il culto della memoria partigiana e alimentava il costante timore di un ritorno del passato regime dittatoriale, sotto veste clericale. Eredità complessa del patrimonio azionista era, non- dimeno, l’atteggiamento verso il comunismo e l’Unione Sovietica: da un lato, il rifiuto dell’anticomunismo «preconcetto» («reazionario»), con la disponibilità a un dialogo co- struttivo con i comunisti italiani; dall’altro, la consapevolezza «antitotalitaria» dell’im- possibilità di adottare il modello comunista sovietico in un quadro democratico, con la ricerca di una prospettiva alternativa di tipo socialista riformista. Dal contesto della guerra fredda scaturiva così una «terza via» protesa al neutralismo, che legittimava diverse declinazioni del progetto europeista. Il suo motore ideologico si ricapitolava nello sforzo, già sostenuto dalla creatività progettuale giellista e azionista, di trovare una sintesi concreta tra socialismo e liberalismo, tra individualismo e collettivi- smo. Al fondo di questa marginale ancorché significativa esperienza politico-intellettuale, però, non cessava di riaffiorare quell’«inquietudine moralista» di cui era stata culla la cultura antigiolittiana di inizio ’900 (p. 22).


Marco Bresciani