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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Res nostra agitur. Il pensiero di Delio Cantimori (1928-1937)

Patricia Chiantera-Stutte

Bari, Palomar, pp. 138, euro 15,00 2005

Il decennio studiato in questo libro è tra i più difficili e controversi nella biografia intellettuale di Cantimori: inaugurato dal saggio del 1928 sui concetti di ?cultura? e di ?storia della cultura?, pone i problemi della giovanile adesione al fascismo, del giudizio sul nazionalsocialismo e, infine, della duplice e concomitante ?conversione? (come spesso è stata ritenuta) dalla filosofia alla storia e a una posizione politica comunista. L'autrice propone una lettura sobria, documentata e soprattutto molto equilibrata di questo percorso. Seguendo la vicenda di Cantimori sin dal 1924, quando approda alla Scuola Normale di Pisa, si sofferma sulle frequentazioni di questo periodo, e in particolare sull'amicizia, intensa ma difficile, con Aldo Capitini. Anche grazie all'esame del carteggio, in parte pubblicato in appendice, l'autrice mostra bene i punti di contatto tra i due giovani pensatori, che si incontrano sulla distinzione tra ?religiosità? e religione (pp. 42-43) e sulla comune critica dell'individualismo (p. 70). E tuttavia forti rimangono le differenze, che si possono riassumere nel diverso rapporto con l'idealismo (di cui Cantimori si professa seguace e Capitini no) e, soprattutto, nel diverso modo di concepire la relazione tra etica e politica (pp. 73-78). Anche a proposito del passaggio dal fascismo al comunismo, l'autrice insiste sul fatto che ?non esiste la ?conversione' cantimoriana, ma un processo lento, non situato in un avvenimento o in un momento preciso, un travaglio? (p. 96). Questo ?travaglio? può essere colto nel ?cambiamento di tono? (p. 95) che, progressivamente, investe tre aspetti. Il primo aspetto riguarda l'interpretazione del nazionalismo tedesco, che sempre più evidenzia, nel corso degli anni Trenta, il distacco e la critica verso le componenti irrazionali e razziste. Il secondo aspetto investe il nodo del rapporto tra cultura e politica, e ci mostra un Cantimori che si apre a quella ?distinzione? crociana tra teoria e pratica, e poi tra res gestae e historia rerum gestarum, che (aggiungerei) sarà ancora ribadita nel suggestivo scritto del 1966 su Storia e storiografia in Benedetto Croce. La terza trasformazione tocca il nesso tra idea di nazione e Stato politico, e sfocia ?nel rifiuto dell'esaltazione dell'identità nazionale per accentuare la forza razionalizzatrice dello Stato? (p. 96). Nella conclusione del lavoro, l'autrice definisce ?tragica? la concezione di Cantimori (p. 102). E qui ?tragica? significa, se intendo bene, non del tutto risolta, o persino antinomica. Da un lato, infatti, il momento ?tragico? si manifesta nel difficile concetto dello Streben, che si ritrova sia nel saggio del 1928 sulla ?cultura? sia nei primi scritti sulla Germania. D'altro lato, però, ?tragico? è anche il divorzio tra politica e cultura, che ?non riuscirà a trovare nessuna mediazione tra i due termini? (p. 98); e quindi l'incertezza di una critica della ?irrazionalità delle masse? che pure ?non sceglie di assumere la concezione liberale? (p. 80), e che anzi conserva sempre, come tratto caratteristico, la diffidenza e la distanza nei confronti dell'orizzonte dei valori liberali.


Marcello Mustè