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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Rimini Enklave 1945-1947. Un sistema di campi alleati per prigionieri dell'esercito germanico

Patrizia Dogliani (a cura di)

Bologna, Clueb, pp. 207, euro 16,00 2005

Due file di tende, lunghe da non vederne la fine, immortalarono nell'estate del 1945 il campo britannico di Rimini per il Surrendered Enemy Personnel: formula coniata dagli Alleati per definire i membri delle forze armate tedesche arresisi senza condizioni sul suolo italiano. La foto in copertina lo illustra poco dopo la sua istituzione, abitato da circa 150.000 uomini: ricostruirne le vicende è stato il principale oggetto di studio di un gruppo di lavoro diretto da Patrizia Dogliani presso l'Università degli studi di Bologna, sede di Forlì. Il gruppo ha redatto due tesi di laurea in Storia (una, quella di Nadia Tampieri, trova qui sintesi e rielaborazione in un lungo articolo) e ha sancito una proficua collaborazione tra l'ambito accademico e quello degli istituti per la Storia della Resistenza di Rimini e di Forlì-Cesena. Il volume ne propone gli esiti così come furono presentati il 1° dicembre 2004 a Rimini. Ambizione della ricerca è ricostruire la storia del campo inserendola nel dibattito sul trattamento subito dai militari del Terzo Reich dopo la cattura, che la curatrice illustra in una pregevole sintesi. ?L'Italia?, nota a riguardo, ?è rimasta sconsolatamente priva di ricostruzioni sia sull'esistenza e sul funzionamento di campi Alleati per prigionieri della Wehrmacht che sulle loro condizioni interne? (p. 38): si è scelto di utilizzare comparativamente più fonti tedesche a cominciare dalla documentazione raccolta dalla Commissione Maschke e da quella depositata presso l'Archivio militare federale di Friburgo. Tampieri rompe questo silenzio con un grande rigore documentario, introducendo alcune ipotesi riguardanti l'ulteriore dibattito sui criminali di guerra presenti nell'Enklave, non puniti a causa della loro fuga in Sud America. Ipotizza un'intesa in chiave antisovietica tra la parte detentrice e quella internata, che avrebbe trovato conferma nella politica di gestione congiunta, nell'isolamento di soggetti accusati di filocomunismo, nel sostegno britannico a iniziative culturali denazificanti, nonché nelle fughe. Ritengo debbano essere accolti tutti i suggerimenti che Lutz Klinkhammer propone nell'intervento conclusivo: egli individua nelle fonti memorialistiche strumenti utili a integrare la rappresentazione della società fornita dalle pagine di «Die Brücke» (Il ponte), quotidiano del campo. Per studiare meglio i detentori è necessario inoltre un approfondimento su fonti britanniche e vaticane, peraltro preventivato dal gruppo. Il volume si presenta infatti come un momento già significativo di un lavoro in fieri, introdotto nel 1999 da un libro, cui rimanda il suo autore, Alessandro Agnoletti, nel saggio sulla memoria degli abitanti della zona. Considero Rimini Enklave 1945-1947 mirabile anche per questa sua progettualità e mi auguro sappia promuovere altre ricerche analoghe al fine di descrivere davvero Un sistema di campi alleati per prigionieri dell'esercito germanico, come prefigura il sottotitolo. Il tutto con l'auspicio che una rilettura più attenta emendi il testo dai ricorrenti refusi: essi non invalidano il merito della ricerca, ma possono affaticarne la lettura facendole un torto.


Erika Lorenzon