SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Percorsi storico-educativi della memoria europea. La Shoah nella società italiana

Luca Bravi

Milano, FrancoAngeli, 127 pp., € 16,00 2014

La storia per la storia. Con 124 pagine e un’agile bibliografia l’a. ha un unico proposito: trasmettere la conoscenza storica e la memoria sociale delle responsabilità legate alla deportazione e alla distruzione degli ebrei d’Europa. Se il suo scopo è quello di tracciare un percorso educativo della memoria europea (a parte delle imprecisioni nelle citazioni e nelle note), l’obiettivo è centrato: il volume cade bene nella collana di pedagogia sociale e storia dell’educazione. Sine iure però: non si può insegnare la Shoah per prescrizione e prescindendo dalla coscienza storica, cioè senza empatia e contezza dei fatti per come realmente accaduti. Quando si consegnano alle generazioni contenuti vuoti, non c’è solo il rischio di creare stanchezza: la mitizzazione e la mistificazione di un genocidio generano tipi di nazionalismo e violenza nuovi. «Perché si possono commemorare le vittime senza che si formino le coscienze» (p. 106) o si creino le condizioni per veri cambiamenti. Da subito l’a., per nulla estraneo ai temi delle minoranze etniche, distingue fra storia e memoria e tra memoria collettiva e condivisa. Al centro della sua analisi quindi la specificità di ogni genocidio e l’uso pubblico della memoria: in causa vi sono l’istituzione Scuola da un lato, l’istituzione Stato dall’altro. Come le Stolpersteine che fanno inciampare per ricordare qualcosa, allo stesso modo le riforme scolastiche che Bravi mette nel testo (dalla Prima Repubblica fino alla riforma Moratti passando per la versione di De Felice e i programmi di Berlinguer-De Mauro) fanno cadere l’attenzione su concetti scottanti (rimozione, negazionismo) questioni aperte (modernità e unicità della Shoah, lo Stato d’Israele) temi non sempre approfonditi (la realtà dei sottocampi). Bravi è abile nel ricostruire dal 1945 al 2013 le politiche commemorative (dal museo statale di Oświęcim al binario 21 di Milano) dedicate alle vittime del genocidio nazista. Il fine? Denunciare come queste nel dopoguerra siano state sottomesse agli interessi della politica nazionale e internazionale, specie in Italia. La sua lezione è chiara: l’identità collettiva di una nazione è legata al riconoscimento delle responsabilità dirette nello sterminio. Si evince fin dal sottotitolo, per poi essere approfondita nel primo capitolo, che funge quasi da altra introduzione e si aggiunge alle tre pagine di introduzione iniziale vera e propria. Forte poi l’eco del processo Eichmann. Quando il quadrumvirato Borghi-Rugiu-Dellavalle-Quazza sente – nel 1970 – la necessità di far entrare nelle classi della scuola italiana non più i valori del nazionalismo italiano, piuttosto la Resistenza, la deportazione e la Shoah, non intende più «piegare la libertà della ricerca alle necessità di coesione nazionale» (p. 107). Bravi, attraverso il tema della pedagogia della Shoah (non della didattica che mette da parte il pensiero storico-teoretico), ripercorre infine la storia della scuola italiana e della storia sociale dell’educazione in senso lato. Dunque, la Shoah come paradigma educativo.


Adele V Messina