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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La Repubblica e il suo passato. Il fascismo dopo il fascismo, il comunismo, la democrazia: le origini dell'Italia contemporanea

Pier Giorgio Zunino

Bologna, Il Mulino, pp. 773, euro 40,00 2003

Opera smisurata e originale, comunque notevole non solo per le dimensioni, questa di Zunino su La Repubblica e il suo passato: in realtà su come gli intellettuali della prima età repubblicana hanno prima vissuto e poi rielaborato il recente (per loro) passato del paese, nel decisivo decennio che comprende la guerra mondiale e l'ultimo fascismo, la Resistenza e la riconquista della democrazia, la ricostruzione e gli scontri della guerra fredda. Da un lato il lavoro sembra ispirarsi a quello che è stato definito (da Vittorio Vidotto) ?il canone chabodiano?: stile alto, cospicuo apparato critico, esposizione distesa e non sorretta da una trama narrativa forte, attenzione rivolta precipuamente alle ?correnti politiche e ideali? (e forse non a caso la prima parte reca nel titolo la parola ?premesse?). Per altro verso si distacca da quel modello, soprattutto per il ricorrere di forti puntate polemiche, in chiave non solo di storiografia, ma anche di attualità politica, alcune allusive (i nomi sono spesso nelle note anziché nel testo), altre singolarmente esplicite per un libro di storia: si veda (p. 594) l'invettiva contro l'attuale capo del governo, ma anche, nello stesso capitolo, la feroce stroncatura del trio Longanesi-Ansaldo-Montanelli (e non è risparmiato nemmeno Spadolini). Quella ingaggiata da Zunino è una battaglia su due fronti: contro le vulgate di comodo e le interpretazioni consolatorie della storia patria (soprattutto per quanto attiene al coinvolgimento del popolo italiano nell'esperienza fascista); e contro i revisionismi, accusati di attentare all'unico patrimonio di valori e di memorie ? quello dell'antifascismo e della Resistenza ? su cui la Repubblica possa ancor oggi pensare di fondarsi. Le argomentazioni sviluppate da Zunino si tengono sempre (invettive a parte) su un livello alto e si basano su una mole imponente di letture assai ben padroneggiate. A volte sono efficaci, a volte meno; a volte risultano persuasive, a volte contraddittorie. Per esempio, la polemica contro le tesi di Galli della Loggia sulla ?morte della patria? è tutta indirizzata contro le intenzionalità politiche che si celerebbero dietro quelle tesi e sembra contrastare col quadro, invero catastrofico, che Zunino traccia della situazione italiana attorno all'8 settembre '43. E il fastidio evidente con cui l'autore respinge gli inviti, anche autorevolissimi, alla ricerca di una ?storia condivisa? confligge con la difesa appassionata del ?mito? resistenziale come fondamento di una comune cultura civica. Ma quello che meno convince è l'impianto dell'opera, in cui espansioni tematiche difficilmente giustificabili, anche se affascinanti e filologicamente impeccabili (Gadda, Montale, Fenoglio), si accompagnano a lacune francamente incomprensibili (che ne è dei socialisti e dei liberali, Croce a parte?), rischiando di far perdere il filo conduttore e di far apparire il libro ciò che in realtà non è, ossia una serie di medaglioni. Si dirà che questo procedere è tipico di alcuni classici della nostra storiografia, dal già citato Chabod fino a De Felice. Ma siamo sicuri che quel nobile modello sia ancora oggi proficuamente utilizzabile?


Giovanni Sabbatucci