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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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L'antiamericanismo in Italia e in Europa nel secondo dopoguerra

Piero Craveri, Gaetano Quagliariello (a cura di)

Soveria Mannelli (Cz), Rubbettino, pp. 574, euro 30,00 2004

È inevitabile che una grande potenza, quando è davvero grande e potente e capace di egemonia, susciti al di fuori dei suoi confini adulazione e amore ma anche, e forse soprattutto, furiosi antagonismi, risentimenti, odii. Se questo è vero, i saggi qui raccolti, frutto di un convegno svoltosi a Napoli nel 2002, costruiscono un monumento al hard power e al soft power degli Stati Uniti nel secondo dopoguerra. Essi esplorano infatti la straordinaria diffusione dell'antiamericanismo (al filoamericanismo si accenna appena, com'è ovvio in questo contesto tematico) in Italia e in alcune parti d'Europa negli anni quaranta e cinquanta del Novecento. Alcuni saggi si spingono fino ai decenni successivi. Qualcuno, introduttivo, ripercorre il lungo periodo, secolare, delle relazioni di amore-odio fra ?America? e ?Europa?. Ma il fuoco della ricerca riguarda l'epoca della guerra fredda, in effetti la sua fase più acuta, quando l'antiamericanismo era parte di un duro conflitto combattutto in prima persona dai governi, dagli apparati di propaganda, dai servizi segreti; e quando le pretese della geopolitica blindavano i linguaggi, spingevano a schierarsi nettamente anche coloro che non l'avrebbero desiderato. Gli oggetti privilegiati dell'indagine sono le forze politiche organizzate (comunisti occidentali e sovietici, socialisti e gollisti, cattolici?), qualche volta gli intellettuali, raramente aspetti di storia sociale (l'impatto del consumismo ?all'americana?, per esempio). Collegandosi a una consolidata letteratura internazionale, gli autori toccano tutta la gamma delle possibili ragioni e radici dell'antiamericanismo, nel periodo considerato e in generale. Uno strumento contingente di lotta politica, giocato a sostegno di genuini disaccordi su scelte di policy? Una reazione, negli Stati europei occidentali, ai limiti della sovranità imposti dalla guerra fredda? Una combinazione, in Unione Sovietica, di bolscevismo, nazionalismo russo, fondamentalismo cristiano-ortodosso e antisemitismo (?noi eravamo i veri occidentali, forse gli unici?, ricorda il poeta dissidente Josif Brodskij, ?noi eravamo più americani degli stessi americani?)? Una espressione, ovunque, di atteggiamenti nazionalisti, anticapitalisti e anti-imperialisti di sinistra, antiborghesi di destra? Una forma di resistenza alla democrazia liberale, al mercato, alla società di massa ? di cui gli Stati Uniti sono modello e paradigma di riferimento? Un contro-effetto della modernizzazione sociale ed economica? Un segno di crisi dell'Occidente, diviso e non unito dall'Atlantico? Una malattia psicologica del mondo contemporaneo? Le virtù di questi saggi sono che (quasi) tutti portano contributi originali e approfonditi alla discussione. Un limite è questo: nell'analizzare l'antiamericanismo come demonizzazione radicale degli Stati Uniti, alcuni rischiano (talvolta) di mutuarne la logica discorsiva e di demonizzare radicalmente l'antiamericanismo stesso.


Arnaldo Testi