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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Eredità della musica. David J. Bach e i concerti sinfonici dei lavoratori viennesi 1905-1934

Piero Violante

Palermo, Sellerio, 227 pp., Euro 16,00 2007

Storico delle dottrine politiche, sociologo della musica e critico musicale per le pagine palermitane de «la Repubblica», Violante ha scritto un libro che tiene insieme i suoi diversi interessi, le sue passioni e che ha il suo perno in una Vienna che si intuisce aver svolto un ruolo importante nella sua biografia sia personale che di studioso. Le pagine di questo lavoro sono un bell'esempio di come la storia politica e delle idee possa intrecciarsi ed essere spiegata attraverso quella della cultura. Il luogo è Vienna, in particolare la Vienna rossa del peculiare esperimento dell'austro-marxismo; il tempo è quello del tramonto dell'Impero, della Repubblica e della sua débâcle; i protagonisti, numerosi, sono da una parte gli operai viennesi, target di un utopistico progetto pedagogico, dall'altra i socialdemocratici austriaci e in particolare quel David Josef Bach giornalista, militante, critico musicale della «Arbeiter-Zeitung», amico di Schoenberg, estimatore di Anton Webern, allievo del fisico ed epistemologo Ernst Mach, vicino a Freud e ispiratore di una miriade di iniziative culturali; in mezzo c'è la grande tradizione musicale austriaca e tedesca, quella cioè degli Haydn, dei Mendelssohn, dei Beethoven, dei Brahms, ecc., ma soprattutto della nuova temperie culturale che ha in Wagner e poi soprattutto in Mahler i suoi principali perni; la storia, riesumata dall'oblio, è quella «di un'utopia intellettuale censurata e dimenticata» (p. 13), quella cioè dei concerti sinfonici per i lavoratori viennesi iniziati nel 1905 e svoltisi ininterrottamente fino all'11 febbraio 1934.Nei dodici capitoli in cui il libro si articola, Violante non ci racconta solo dei concerti, della loro organizzazione, dei loro programmi, ma usa questa storia per ricostruire un «reticolo di strutture, di iniziative e di personaggi» (p. 15), per ragionare sul rapporto tra arte e politica e in particolare tra arte e socialdemocrazia austriaca (i concerti dei lavoratori sono tra l'altro parte di una più vasta politica culturale nella quale, soprattutto tra il 1919 e il 1923, è impegnata l'Amministrazione comunale di Vienna), per riflettere sulla scarsa ortodossia marxista della socialdemocrazia austriaca che con Viktor Adler, il suo principale esponente, imbocca la strada «di un modello di politica che sa tener nel giusto conto l'emotività, la psicologia individuale e collettiva per mobilitare in una teatralizzazione, che per dimensioni non ha precedenti, la massa operaia» (p. 38), ma anche e soprattutto per analizzare un tema di grande importanza quale il rapporto tra socialdemocrazia, cultura e identità nazionale tedesca. In questo senso, il tema che attraversa come un filo rosso tutto il libro e che mi pare di grande interesse perché riconnette questo lavoro di Violante ai molti che in anni recenti, sulla scia di George Mosse, si sono occupati di estetica e religioni politiche è quello del wagnerismo, un wagnerismo che non è qui visto e interpretato esclusivamente in funzione dell'epilogo nazista, ma che è invece fonte di ispirazione per il progetto nazional-popolare socialdemocratico, un progetto «bloccato dai fascisti austriaci e dai nazisti e poi rimosso dallo stalinismo e infine dal nostalgismo» (p. 15).


Daniela Luigia Caglioti