SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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«Quies inquieta». Agricoltura e industria in una piazzaforte dell’Impero asburgico

Maria Luisa Ferrari

Milano, FrancoAngeli, 295 pp., € 38,00 2013

Confrontabile con le vicende di altre piazzeforti del Nord Italia (il pensiero non può che andare al caso di Alessandria), la storia dell’industria e dell’agricoltura della fortificata Verona durante la dominazione asburgica ottocentesca costituisce un caso molto interessante di studio, un tassello imprescindibile nel panorama delle indagini risorgimentali che pongono attenzione alle tutt’altro che secondarie realtà provinciali. Maria Luisa Ferrari, docente di storia economica e storia del commercio internazionale presso l’Università di Verona, dedica alla realtà atesina un denso volume che si presenta contemporaneamente come sintesi ragionata della vasta bibliografia sul tema e come frontiera di ricerca per le carte inedite ritrovate presso diversi istituti scaligeri, ma non solo. L’a. dimostra di essere ben consapevole di muoversi su un terreno – quello della Verona austriaca verso l’Unità – che presenta già una tradizione consolidata di studi; ma, come suole dirsi, è stata capace di dominare la materia mettendo in campo la classica metodologia di ricerca, quella negletta «cassetta degli attrezzi» dello storico per intenderci, divenuta sempre più rara, e dunque apprezzata, in un ventaglio storiografico risorgimentale ormai pressoché dominato negli ultimi quindici anni dalle nuove interpretazioni culturaliste. L’immagine dunque di una città dal doppio volto, perennemente sospesa tra società civile e ingombrante presenza militare, viene scissa e ricomposta nelle sue complesse articolazioni di stasi e progresso. E studiare le trasformazioni e persistenze di economia e società di una città rimasta fino al 1866 sotto le insegne dell’aquila bicipite ha voluto anche dire porre in discussione una certa mitologia «decadente» messa in campo dalla storiografia impegnata postrisorgimentale. Con tutta la fatica che comporta «smontare» certe tradizioni ormai storicizzate. Per cui, a Verona, l’agricoltura continua a essere cardine del sistema economico, ma l’industria, al di là degli andamenti ciclici, si dimostra un settore molto più vitale e dinamico, capace di cavalcare e, a volte, scavalcare la tradizione. L’importante marchio militare impresso dagli austriaci al contesto urbano e sociale veronese, ritenuto strategico nel contesto del cosiddetto «quadrilatero» difensivo, se da un lato ha posto pesanti vincoli allo sviluppo autoctono della comunità, dall’altro ha impresso uno sviluppo economico positivo, capace di attenuare fatali congiunture durante le ricorrenti crisi seriche e al contempo di esaltare le vocazioni commerciali e logistiche facendo della città lo snodo «imperiale» di un complesso sistema ferroviario. Una modernità «tedesca» che si è esplicata grazie anche all’opera di catastazione e di bonifica delle Valli Grandi. Quello della Ferrari è uno studio che varrebbe la pena di estendere comparativamente alla realtà del regno di Sardegna. Proprio il confronto con il caso di Alessandria ricordato all’inizio, nell’ambito delle due realtà statuali nemiche per antonomasia, potrebbe, al di là delle letture patriottiche, fornire spunti interessanti su una certa idea, in questo caso anche politica, del progresso.


Pierangelo Gentile