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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Riforma agraria e politiche di sviluppo. L’esperienza in Puglia, Lucania e Molise (1951-1976),

Raffaele De Leo

Matera, Antezza, 269 pp., euro 24,00 2008

La riforma agraria varata nel 1950 è stato uno degli argomenti maggiormente dibattuti dagli storici che hanno scritto sul Mezzogiorno in età contemporanea. Costituisce il momento finale della lotta contro il latifondo che aveva accompagnato la storia dello Stato unitario. L’a. ricostruisce la storia della Sezione speciale per la riforma agraria poi Ente di sviluppo in Puglia, Lucania e Molise, dalla costituzione nel 1951 fino al trasferimento delle competenze alle Regioni nel 1976, seguendone le vicende interne e accostandosi a tale esperienza come caso di studio delle politiche di intervento rurale nell’Italia repubblicana. Il principale merito della ricerca è avere collegato l’evento al problema dello sviluppo delle regioni meridionali, nell’aver finalmente liberato la politica agraria dalla questione contadina e averla riportata nei tempi lunghi della storia dello sviluppo italiano, in particolare spostando l’accento sul suo rapporto con la questione dell’industrializzazione del Sud affidata all’intervento straordinario. Nel racconto emerge il protagonismo di una nuova classe dirigente di tecnici impegnati socialmente, proveniente dall’esperienza della bonifica integrale di Arrigo Serpieri che aderisce nel secondo dopoguerra al «nuovo meridionalismo» della Svimez.Nel merito il volume condivide, con alcuni aggiustamenti, il giudizio dell’opposizione social-comunista alla riforma agraria e fonda tale interpretazione sugli argomenti e i rilievi critici dei meridionalisti di matrice liberal-democratica. La critica liberale viene considerata come argomento a sostegno della tesi comunista, mentre vengono sottaciute le differenze tra le due posizioni. L’a. si richiama agli esponenti più avanzati del pensiero agronomico meridionalista, come Manlio Rossi-Doria e Gian Giacomo Dell’Angelo, che intendevano la riforma agraria come un veicolo finalizzato ad impiantare una democrazia liberale nel Mezzogiorno e contribuire al processo di unificazione euro peo. Nell’impostazione marxista-leninista, invece, la riforma agraria doveva costituire il primo atto verso un programma rivoluzionario di palingenesi sociale in vista dell’avvento del comunismo.Il meridionalismo democratico criticò la gestione clientelare degli enti di riforma e l’indirizzo politico-sociale di sostegno alla crescita della proprietà contadina funzionale all’obiettivo del consenso elettorale, ed avanzò proposte per una razionalizzazione della politica di modernizzazione rurale ispirate a criteri di efficienza produttiva. Di contro la critica marxista rovesciò gli argomenti della critica liberale in senso rivoluzionario come elementi funzionali all’obiettivo del controllo sociale sul processo produttivo. È una contraddizione che accompagna le principali tappe dell’applicazione della legge negli anni ’50 e ’60. Sta qui, mi pare, il principale equivoco di una stagione di studi che ha alimentato il mito di una riforma agraria mancata e di una questione contadina sulle cui basi fondare il blocco delle forze rivoluzionarie e anti-capitaliste nelle regioni arretrate del Mezzogiorno.


Simone Misiani