SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La democrazia vissuta. Individualismo e pluralismo nel pensiero di Mary Parker Follett

Raffaella Baritono

Torino, La Rosa, pp. 248, euro 18,08 2001

La bostoniana Mary Parker Follett (1868-1933) fu una figura importante nel dibattito intellettuale transatlantico degli anni venti. Legata al mondo di Harvard e poi della London School of Economics, non fu una accademica in senso stretto. Nella prima parte della sua vita si impegnò in esperienze pratiche di riforma politico-sociale a livello municipale e statale. Approdò tardi alla riflessione politica e infine, dopo il 1925, allo studio delle questioni industriali e manageriali da lei considerate vitali per il futuro della democrazia. Su tali questioni divenne un'autorità negli Stati Uniti e in Inghilterra. Dopo la sua morte, tuttavia, Follett fu dimenticata, ed è stata rivalutata solo di recente. Uno dei suoi lavori più significativi, The New State (1918), ripubblicato nel 1998, è stato salutato come ?un classico del pensiero americano sulla democrazia partecipativa?. I suoi testi sul management sono stati riscoperti dalle studiose che intendono applicare la categoria di genere agli studi sull'organizzazione. Con finezza ed efficacia interpretativa, Baritono colloca l'opera di Follett nel contesto della formazione del pensiero del pluralismo politico contemporaneo. Follett non appartenne al filone pluralista che divenne dominante negli Stati Uniti e finì con l, nel secondo dopoguerra, con la ?interest-group theory? di R. Dahl e D. Truman. Piuttosto, si mosse nell'ambito del nucleo originario di riflessione anglo-americana, fra H. Laski e J. Dewey, che negli anni venti cercò una via d'uscita dalla crisi del liberalismo classico in teorie e pratiche democratiche che considerassero l'individuo non come atomo sociale, bensì come soggetto inserito in una pluralità di comunità, in una rete di relazioni personali e sociali che dovevano dare sostanza a una democrazia più attivamente partecipata. L'obiettivo di Follett era quello di ampliare gli spazi di partecipazione e i canali decisionali. Pensava che ?non il consenso ma la partecipazione è la base corretta per tutte le relazioni sociali?. Baritono è particolarmente attenta a esplorare le implicazioni di genere del pensiero di Follett. Follett si mosse in campi considerati squisitamente maschili come la teoria politica e quella manageriale. Per essere presa sul serio, pubblicò i suoi lavori con le sole iniziali del nome (M.P. Follett), traendo in inganno i recensori che ritennero si trattasse di un uomo. ?Il suo discorso?, scrive Baritono, ?rimaneva su un piano sostanzialmente ?neutro', dove la differenza uomo/donna non risultava né prioritaria né determinante rispetto alle altre differenze? (p. 92). E tuttavia, aggiunge, la differenza di genere condizionò i suoi percorsi intellettuali e metodologici. Per esempio, sviluppò un discorso sul potere inteso come strumento di relazione fra eguali (with?, potere-con), piuttosto che di dominio (?power-over?, potere-su), che è stato ripreso dalla contemporanea riflessione femminista.


Arnaldo Testi