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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Testimoni del non-provato. Ricordare, pensare immaginare la Shoah nella terza generazione

Raffaella Di Castro

prefazione di Clotilde Pontecorvo, Roma, Carocci, 327 pp., euro 26,00 2008

Colpisce in questo libro la poliedricità della struttura, lo si potrebbe infatti definire in molti modi. È innanzitutto un libro di storia orale, fedele alla lezione di Alessandro Portelli e Luisa Passerini: un intelligente lavoro di montaggio, secondo i canoni del sistema jeffersoniano, ricostruisce (con caratteri tipografici diversi rispetto al resto del volume) un'antologia di testimonianze sull'estremo. La componente autobiografica accentua la indubbia vena narrativa dell'a., pur consapevole dei limiti dell'iper-soggettivismo. Sono pagine molto dense, mai scolastiche, sempre sorrette da un filo di sospettosa diffidenza verso ogni schema consolidato. L'a. non è fra coloro che, su un terreno così scosceso, voglia imporci delle regole.In secondo luogo il libro è un'analisi di tipo psico-pedagogico sulle possibilità relative a una trasmissione «onesta» e non ossessiva del ricordo. Qui la lezione da sviluppare è quella di Clotilde Pontecorvo, cui si deve, credo, l'idea di parlare di memoria costruendo un sistema correlato di narrazioni (in ebraico, toledot). Inframmezzate alle testimonianze dei protagonisti sopraggiungono così le riflessioni sui delicati problemi posti soprattutto da Georges Bensoussan intorno al rapporto storia-memoria, agli «abusi della memoria», al dovere di testimoniare: problemi che ? pare certo ? stanno ormai diventando prioritari per gli appartenenti alla terza generazione. In secondo piano, mi sembra si collochi la questione giuridica posta dall'affacciarsi sulla scena, da un lato, del negazionismo, dall'altro dei tragici riflessi del Medio Oriente. Nel caso dei negazionisti il tema del ricordo dovrebbe cercare di instaurare un dialogo fecondo con i diversi sistemi legislativi nazionali o, nel caso specifico, europei. Nel caso del Medio-Oriente il tema del ricordo, come ha insegnato lo stesso Bensoussan, allarga lo specchio della retorica dell'antisemitismo classico. A queste aporie, dettate dall'urgenza della contemporaneità, andrebbe forse aggiunto il discorso sui pericoli connessi con la spettacolarizzazione o meglio con la banalizzazione del non-provato, ossia la trasformazione, come è stato detto di recente, della Shoah in un genere cinematografico stile-western (o letterario, in stile pulp, sia pure d'autore, si pensi al caso Lyttell). La filosofia del ricordo non può prescindere dal diritto e dalle tecniche dello spettacolo.Il libro è, infine, un'analisi filosofica sulla natura del Male in una società apparentemente votata all'oblio: non per caso l'avvio della trattazione e la scansione stessa dei capitoli ruotano intorno alla citazione di una famosa pagina benjaminiana, quella relativa al rapporto fra storia, preistoria e post-storia. La formazione filosofica dell'a. fa di questa parte del volume un interessante saggio autonomo, un libro dentro il libro, con un serrato e approfondito dialogo con i classici testi di Yerushalmi o Agamben o dello stesso Primo Levi.


Alberto Cavaglion