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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Giuseppe Giusti e la genesi del federalismo toscano. Analisi storico-politica sulla nascita dell'idea di nazione, prefazioni di Marino A. Balducci e Enrico Francia

Riccardo Diolaiuti

Firenze, Le Lettere, pp. 225, euro 18,00 2004

Per molti anni, i libretti di Giuseppe Giusti ebbero ampia circolazione clandestina, talvolta non autorizzata dall'autore né riconosciuta. Fu così un poeta nazionale, pur se riprodusse alcuni stilemi classici della classe dirigente toscana. Appartenne insomma al filone detto dei ?moderati toscani?, categoria specifica della élite politica italiana, segnata soprattutto dal legame con la mezzadria, dal liberalismo, dal conservatorismo sociale. Ciò limitava i confini del possibile cambiamento che, a lungo, fu per quel gruppo prospettiva di miglioramento della Monarchia lorenese. Pure, parte di quel mondo guardò anche alle cospirazioni, prima di orientarsi su un costituzionalismo riformista e, a seguire, di dividersi sul rapporto con la Monarchia e sui possibili esiti istituzionali. Il municipalismo fu uno dei temi fondamentali della discussione, con grande rilievo negli anni dei fermenti riformatori, tra il 1846 e il 1848. Il Giusti che Diolaiuti propone corrisponde allo schema, anche se il libro tende a offrirne un'immagine più eterogenea. Si è detto che il Giusti contribuì alla consapevolezza culturale della nazione, come fu per Berchet e per Ricciardi, anch'essi osteggiati da censure e polizie. Essi seppero alimentare il sentimento d'insofferenza verso il soffocamento di un'identità che l'epoca rivoluzionaria e napoleonica avevano proposto. Fu questo il merito fondamentale del Giusti che, per il resto, non seppe andare oltre i caratteri tipici del moderatismo. La tesi di fondo del libro, ripetuta in più punti con le stesse parole, è la svolta dalle posizioni ?democratico-repubblicane? a quelle ?moderato-federaliste?, motivata con l'avvicinamento a Capponi e con l'impressione per i ?torbidi? di livornesi e ?pigionanti?, classe infima del sistema agricolo toscano. Il teorema è debole. Intendendo pure per federalismo il municipalismo, valeva la pena chiamare in causa chi, come Leopoldo Galeotti e Giuliano Ricci, se ne occupò seriamente. Egualmente, serviva una ricostruzione dei ?torbidi? livornesi a Firenze più articolata e non affidata alla lettura del 1942 di tal Quintilio Santoli o alla memoria del Giusti stesso. Altro che reazione ?morale? del popolo fiorentino contro immoralità e violenza delle bande livornesi. Vi fu un colpo di Stato reazionario padronale-contadino preordinato contro Guerrazzi. Né convince l'accostamento tra i tumulti annonari della Val di Nievole e i ?torbidi? accennati sopra, molto diversi socialmente e ideologicamente. Tuttavia, una biografia politica del Giusti è utile. Fa bene l'autore a sottolineare la critica poetica corrosiva agli aspetti più caricaturali della monarchia amministrativa e della soggezione agli austriaci. Vi si riflettono atteggiamenti di un ceto avvinto alla sicurezza ontologica del proprio ruolo di governo. In tal senso va letta almeno una parte della collocazione del patriziato toscano nei confronti della Monarchia lorenese, individuandovi anche il ruolo di quel ceto piccolo-proprietario di cui Giusti fu espressione e che finì per omologarsi, come la tesi fondamentale del libro sottolinea, all'altro, dei Capponi, dei Ridolfi, dei Ricasoli.


Fabio Bertini